Le errate informazioni che circolano in questi giorni ci impongono di fare chiarezza sulle responsabilità…
Il NO fondativo
01/07/2026Questo articolo è stato letto 441 volte!
«Lasciati guidare dal bambino che sei stato» José Saramago
di Giammarco Graziano
È difficile ammetterlo, ma viviamo in una società nella quale essere “accettabili” sembra renderci più credibili, più rassicuranti, quasi più meritevoli dell’approvazione altrui.
Forse è anche per questo che, fin dall’infanzia, impariamo ad attribuire al “no” un significato negativo. «La mamma si dispiace», «lo zio ci rimane male», «Papà non vuole». Il rifiuto viene presentato come una ferita inflitta agli altri, raramente come l’espressione legittima di una scelta.
Eppure il primo “no” pronunciato da un bambino possiede una forza straordinaria. Non è un gesto di ribellione. È un gesto di nascita.
È il momento in cui il bambino comprende di non coincidere con il desiderio dell’altro. Scopre di poter avere una volontà propria, di poter tracciare un confine, di poter dire: “io sono anche questo”.
Per questo il “no” è, prima di tutto, un atto fondativo. Nella sua origine non è una negazione, ma un’affermazione. È il primo “sì” rivolto a se stessi.
Ed è proprio questo ad apparire scomodo. Una società che ci educa soprattutto ad apparire e non ad accettare chi prova a definirne i confini. Ogni identità autentica introduce una differenza, e ogni differenza mette inevitabilmente in discussione l’equilibrio esistente. Non è un caso che ogni progresso della storia sia nato da un “no”.
Il rifiuto di una discriminazione. Il rifiuto di un’ingiustizia. Il rifiuto dell’idea che “le cose siano sempre andate così”. Ogni conquista civile è iniziata quando qualcuno ha avuto il coraggio di sottrarsi all’abitudine del consenso.
Eppure continuiamo ad avere paura di quel piccolo gesto. Perché dire “no” significa esporsi al rischio di deludere.
E chi cresce imparando che l’affetto dipende dalla capacità di compiacere gli altri spesso porta quella convinzione dentro di sé anche nell’età adulta. Così il problema non riguarda più soltanto una parola. Riguarda il modo in cui costruiamo le relazioni.
Sempre più spesso incontriamo adulti che non hanno difficoltà ad amare, ma faticano a scegliere. Persone che evitano il confronto, rinviano le decisioni, lasciano che sia il silenzio a parlare al loro posto.
È meno doloroso sparire che pronunciare un “no”. Ma il silenzio non è mai neutrale. Anche l’assenza comunica. Anche il non scegliere è una scelta.
Ogni volta che rinunciamo a un “no” necessario non proteggiamo la relazione: la impoveriamo. Perché una relazione autentica non nasce dall’assenza di conflitto, ma dalla possibilità di attraversarlo senza annullare l’altro e senza annullare se stessi.
È questa, forse, la lezione più profonda dello psicologo Buber: l’incontro autentico tra un Io e un Tu può esistere soltanto quando entrambi rimangono persone intere. Se uno dei due rinuncia alla propria voce per paura di perdere il legame, ciò che resta non è più una relazione, ma una dipendenza.
Negli ultimi tempi mi capita spesso di interrogarmi sulle mie azioni e su quelle delle persone che incontro.
Forse è una conseguenza dell’età. Forse del lavoro che ho scelto e che continuo ad amare. Ogni giorno incontro ragazzi che vivono il “no” come una colpa, convinti che affermare se stessi significhi perdere l’affetto degli altri. Così diventa più semplice sparire, lasciare che sia il silenzio a decidere.
A volte provo ancora a dialogare con il bambino che sono stato. Mi domando quali adulti avrebbe desiderato incontrare. Quali parole avrebbe avuto bisogno di ascoltare mentre cercava qualcuno capace di sostenerlo senza chiedergli di rinunciare a ciò che era. Non è un esercizio semplice.
Come osservava Freud, comprendere se stessi e la parte più recondita della propria mente richiede un lungo lavoro di scavo, paragonabile al paziente lavoro archeologico. Significa riportare alla luce le fondamenta sulle quali abbiamo costruito il nostro modo di stare al mondo, le nostre categorie strutturali che ci creano l’immagine del sé e dell’altro.
Forse è proprio qui che l’educazione assume il suo compito più importante.
Non insegnare a dire sempre sì, ma aiutare a distinguere il consenso dalla compiacenza, l’obbedienza dalla responsabilità, l’appartenenza dalla rinuncia a sé.
Perché una comunità non cresce quando elimina le differenze. Cresce quando impara ad accoglierle.
Mi torna allora alla mente Il deserto dei Tartari di Buzzati. Per tutta la vita costruiamo fortezze per difenderci da nemici che immaginiamo arrivare dall’esterno. Salvo scoprire, troppo tardi, che il confine più difficile da attraversare è quello che abbiamo edificato dentro di noi.
Forse crescere significa proprio questo. Scoprire che il primo “no” pronunciato senza paura non ci allontana dagli altri: ci rende finalmente capaci di incontrarli.
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Giammarco, nato nel 1992, è laureato magistrale in Filosofia e insegna da circa un decennio nella scuola secondaria di primo grado. Parallelamente all’attività scolastica, svolge il ruolo di allenatore di pallavolo, occupandosi attivamente di sport sia agonistico sia amatoriale.

