Il NO fondativo

Il NO fondativo

01/07/2026 0 Di Giammarco Graziano

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«Lascia­ti gui­da­re dal bam­bi­no che sei sta­to»           José Sara­ma­go

di Giam­mar­co Gra­zia­no

È dif­fi­ci­le ammet­ter­lo, ma vivia­mo in una socie­tà nel­la qua­le esse­re “accet­ta­bi­li” sem­bra ren­der­ci più cre­di­bi­li, più ras­si­cu­ran­ti, qua­si più meri­te­vo­li dell’approvazione altrui.

For­se è anche per que­sto che, fin dall’infanzia, impa­ria­mo ad attri­bui­re al “no” un signi­fi­ca­to nega­ti­vo. «La mam­ma si dispia­ce», «lo zio ci rima­ne male», «Papà non vuo­le».  Il rifiu­to vie­ne pre­sen­ta­to come una feri­ta inflit­ta agli altri, rara­men­te come l’espressione legit­ti­ma di una scel­ta.

Eppu­re il pri­mo “no” pro­nun­cia­to da un bam­bi­no pos­sie­de una for­za straor­di­na­ria. Non è un gesto di ribel­lio­ne. È un gesto di nasci­ta.

È il momen­to in cui il bam­bi­no com­pren­de di non coin­ci­de­re con il desi­de­rio dell’altro. Sco­pre di poter ave­re una volon­tà pro­pria, di poter trac­cia­re un con­fi­ne, di poter dire: “io sono anche que­sto”.

Per que­sto il “no” è, pri­ma di tut­to, un atto fon­da­ti­vo. Nel­la sua ori­gi­ne non è una nega­zio­ne, ma un’affermazione. È il pri­mo “sì” rivol­to a se stes­si.

Ed è pro­prio que­sto ad appa­ri­re sco­mo­do. Una socie­tà che ci edu­ca soprat­tut­to ad appa­ri­re e non ad accet­ta­re chi pro­va a defi­nir­ne i con­fi­ni. Ogni iden­ti­tà auten­ti­ca intro­du­ce una dif­fe­ren­za, e ogni dif­fe­ren­za met­te ine­vi­ta­bil­men­te in discus­sio­ne l’equilibrio esi­sten­te. Non è un caso che ogni pro­gres­so del­la sto­ria sia nato da un “no”.

Il rifiu­to di una discri­mi­na­zio­ne. Il rifiu­to di un’ingiustizia. Il rifiu­to dell’idea che “le cose sia­no sem­pre anda­te così”. Ogni con­qui­sta civi­le è ini­zia­ta quan­do qual­cu­no ha avu­to il corag­gio di sot­trar­si all’abitudine del con­sen­so.

Eppu­re con­ti­nuia­mo ad ave­re pau­ra di quel pic­co­lo gesto. Per­ché dire “no” signi­fi­ca espor­si al rischio di delu­de­re.

E chi cre­sce impa­ran­do che l’affetto dipen­de dal­la capa­ci­tà di com­pia­ce­re gli altri spes­so por­ta quel­la con­vin­zio­ne den­tro di sé anche nell’età adul­ta. Così il pro­ble­ma non riguar­da più sol­tan­to una paro­la. Riguar­da il modo in cui costruia­mo le rela­zio­ni.

Sem­pre più spes­so incon­tria­mo adul­ti che non han­no dif­fi­col­tà ad ama­re, ma fati­ca­no a sce­glie­re. Per­so­ne che evi­ta­no il con­fron­to, rin­via­no le deci­sio­ni, lascia­no che sia il silen­zio a par­la­re al loro posto.

È meno dolo­ro­so spa­ri­re che pro­nun­cia­re un “no”. Ma il silen­zio non è mai neu­tra­le. Anche l’assenza comu­ni­ca. Anche il non sce­glie­re è una scel­ta.

Ogni vol­ta che rinun­cia­mo a un “no” neces­sa­rio non pro­teg­gia­mo la rela­zio­ne: la impo­ve­ria­mo. Per­ché una rela­zio­ne auten­ti­ca non nasce dall’assenza di con­flit­to, ma dal­la pos­si­bi­li­tà di attra­ver­sar­lo sen­za annul­la­re l’altro e sen­za annul­la­re se stes­si.

È que­sta, for­se, la lezio­ne più pro­fon­da del­lo psi­co­lo­go Buber: l’incontro auten­ti­co tra un Io e un Tu può esi­ste­re sol­tan­to quan­do entram­bi riman­go­no per­so­ne inte­re. Se uno dei due rinun­cia alla pro­pria voce per pau­ra di per­de­re il lega­me, ciò che resta non è più una rela­zio­ne, ma una dipen­den­za.

Negli ulti­mi tem­pi mi capi­ta spes­so di inter­ro­gar­mi sul­le mie azio­ni e su quel­le del­le per­so­ne che incon­tro.

For­se è una con­se­guen­za dell’età. For­se del lavo­ro che ho scel­to e che con­ti­nuo ad ama­re. Ogni gior­no incon­tro ragaz­zi che vivo­no il “no” come una col­pa, con­vin­ti che affer­ma­re se stes­si signi­fi­chi per­de­re l’affetto degli altri. Così diven­ta più sem­pli­ce spa­ri­re, lascia­re che sia il silen­zio a deci­de­re.

A vol­te pro­vo anco­ra a dia­lo­ga­re con il bam­bi­no che sono sta­to. Mi doman­do qua­li adul­ti avreb­be desi­de­ra­to incon­tra­re. Qua­li paro­le avreb­be avu­to biso­gno di ascol­ta­re men­tre cer­ca­va qual­cu­no capa­ce di soste­ner­lo sen­za chie­der­gli di rinun­cia­re a ciò che era. Non è un eser­ci­zio sem­pli­ce.

Come osser­va­va Freud, com­pren­de­re se stes­si e la par­te più recon­di­ta del­la pro­pria men­te richie­de un lun­go lavo­ro di sca­vo, para­go­na­bi­le al pazien­te lavo­ro archeo­lo­gi­co. Signi­fi­ca ripor­ta­re alla luce le fon­da­men­ta sul­le qua­li abbia­mo costrui­to il nostro modo di sta­re al mon­do, le nostre cate­go­rie strut­tu­ra­li che ci crea­no l’immagine del sé e dell’altro.

For­se è pro­prio qui che l’educazione assu­me il suo com­pi­to più impor­tan­te.

Non inse­gna­re a dire sem­pre sì, ma aiu­ta­re a distin­gue­re il con­sen­so dal­la com­pia­cen­za, l’obbe­dien­za dal­la respon­sa­bi­li­tà, l’appar­te­nen­za dal­la rinun­cia a sé.

Per­ché una comu­ni­tà non cre­sce quan­do eli­mi­na le dif­fe­ren­ze. Cre­sce quan­do impa­ra ad acco­glier­le.

Mi tor­na allo­ra alla men­te Il deser­to dei Tar­ta­ri di Buz­za­ti. Per tut­ta la vita costruia­mo for­tez­ze per difen­der­ci da nemi­ci che imma­gi­nia­mo arri­va­re dall’esterno. Sal­vo sco­pri­re, trop­po tar­di, che il con­fi­ne più dif­fi­ci­le da attra­ver­sa­re è quel­lo che abbia­mo edi­fi­ca­to den­tro di noi.

For­se cre­sce­re signi­fi­ca pro­prio que­sto. Sco­pri­re che il pri­mo “no” pro­nun­cia­to sen­za pau­ra non ci allon­ta­na dagli altri: ci ren­de final­men­te capa­ci di incon­trar­li.

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