Agroalimentare, Confeuro lancia l’allarme: “Made in Italy si misura da terra, non da dogane” 

Agroalimentare, Confeuro lancia l’allarme: “Made in Italy si misura da terra, non da dogane” 

10/09/2026 0 Di Marco Montini

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 “Il dato di oltre 72 miliar­di di euro di export agroa­li­men­ta­re, evi­den­zia­to dal report Crea, con­fer­ma la for­za e la cre­scen­te com­pe­ti­ti­vi­tà del Made in Ita­ly sui mer­ca­ti inter­na­zio­na­li. Ma accan­to a que­sto risul­ta­to posi­ti­vo esi­ste un dato che non pos­sia­mo igno­ra­re: l’Istat cer­ti­fi­ca una for­te con­tra­zio­ne, nell’ultimo ven­ten­nio, dei volu­mi del­le pro­du­zio­ni agri­co­le e zoo­tec­ni­che. È da que­sta appa­ren­te con­trad­di­zio­ne che dob­bia­mo par­ti­re per com­pren­de­re qua­le sia real­men­te lo sta­to di salu­te del nostro siste­ma agroa­li­men­ta­re”. Lo dichia­ra Andrea Tiso, pre­si­den­te nazio­na­le di Con­feu­ro- Con­fe­de­ra­zio­ne Agri­col­to­ri Euro­pei. “L’Italia è diven­ta­ta mol­to for­te nel­la tra­sfor­ma­zio­ne, nel­la valo­riz­za­zio­ne com­mer­cia­le e nell’esportazione dei pro­pri pro­dot­ti, ma rischia pro­gres­si­va­men­te di per­de­re il con­tat­to con la pro­du­zio­ne pri­ma­ria. La sovra­ni­tà ali­men­ta­re, infat­ti, non si misu­ra dal­le doga­ne, ma dai cam­pi. Se impor­tia­mo più di quan­to espor­tia­mo per alcu­ne pro­du­zio­ni stra­te­gi­che, come mais e olio di oli­va, e regi­stria­mo ana­lo­ghe cri­ti­ci­tà in diver­si com­par­ti del­la zoo­tec­nia, è evi­den­te che esi­ste un pro­ble­ma strut­tu­ra­le che non può esse­re nasco­sto dai nume­ri dell’export. C’è poi un ulte­rio­re ele­men­to di rifles­sio­ne — pro­se­gue Tiso -: una par­te del­le nostre espor­ta­zio­ni riguar­da pro­dot­ti rea­liz­za­ti a par­ti­re da mate­rie pri­me impor­ta­te dall’estero e sot­to­po­ste in Ita­lia alle fasi fina­li di tra­sfor­ma­zio­ne. È il caso, ad esem­pio, di alcu­ni com­par­ti dol­cia­ri e del­la tor­re­fa­zio­ne. Que­sto model­lo dimo­stra la gran­de capa­ci­tà ita­lia­na di tra­sfor­ma­re e com­mer­cia­liz­za­re un pro­dot­to, ma evi­den­zia al tem­po stes­so la cre­scen­te debo­lez­za del­la pro­du­zio­ne pri­ma­ria”. “Il Made in Ita­ly non può esse­re sol­tan­to un mar­chio appo­sto alla fine del­la filie­ra. Deve rap­pre­sen­ta­re un siste­ma pro­dut­ti­vo soli­do, nel qua­le la ter­ra, gli agri­col­to­ri e gli alle­va­to­ri sia­no il pri­mo anel­lo di una cate­na capa­ce di arri­va­re fino ai ban­chi dei super­mer­ca­ti. Per que­sto – con­clu­de Tiso – ser­ve una stra­te­gia che tor­ni a inve­sti­re sul­la pro­du­zio­ne agri­co­la nazio­na­le, sul­la red­di­ti­vi­tà del­le impre­se e sul­la capa­ci­tà dell’Italia di pro­dur­re ciò che con­su­ma. Una filie­ra agroa­li­men­ta­re può esse­re real­men­te sana e com­pe­ti­ti­va sol­tan­to se lo è in ogni suo pas­sag­gio: dal­la ter­ra ai mer­ca­ti, dai cam­pi ai con­su­ma­to­ri”.

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