Oggi, a Livorno, secondo Congresso del PCI. Esclusiva intervista a uno dei protagonisti: Norberto Natali

Oggi, a Livorno, secondo Congresso del PCI. Esclusiva intervista a uno dei protagonisti: Norberto Natali

25/03/2022 0 Di Maurizio Aversa

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Nor­ber­to Natali, affi­an­co a Gia­co­mo De Ange­lis e a numerosi del­e­gati (di Roma e Zagaro­lo) al con­gres­so di Livorno 2022


E’ cosa insoli­ta. Ma forse lo richiedono i tem­pi. Si trat­ta del­la propo­sizione di una ampia inter­vista in parte biografi­ca, ma sostanzial­mente di anal­isi sociale e polit­i­ca con spun­ti e appro­fondi­men­ti attualis­si­mi, nonché davvero stori­ci. La cosa insoli­ta con­siste nel­la propo­sizione non in par­ti sep­a­rate: affinchè chi intu­isce che pos­sa essere davvero d’interesse non sia obbli­ga­to a riprese suc­ces­sive di un rac­con­to e ragion­a­men­to che pro­prio per­ché è un tutt’uno, può essere utile stru­men­to. Di conoscen­za, di dibat­ti­to, di inter­azione perfi­no. Indi­ca­ta ques­ta par­ti­co­lar­ità, si fa pre­sente che pur nel­la sua veste di “inter­vista a doman­da e rispos­ta” in realtà ques­ta espo­sizione nasce da una sor­ta di inter­vsi­ta col­let­ti­va che un grup­po di comu­nisti e comu­niste del­la sezione di Zagaro­lo, da poco inau­gu­ra­ta in una nuo­va sede, ave­vano arti­co­la­to con Nor­ber­to Natali.
Inter­vista a Nor­ber­to Natali
1. La tua pri­ma tessera ad una orga­niz­zazione polit­i­ca, la FGCI è del 1971. Scelta gio­vanile in che con­testo di cresci­ta crit­i­ca? I miei due non­ni ed uno zio (tut­to­ra vivente) sono sta­ti Par­ti­giani e comu­nisti. Quel­lo pater­no fu uno dei pochi super­sti­ti del GAP di Tor­pig­nat­tara (Roma) per­ché la mag­gio­ran­za di loro morì eroica­mente al ter­mine di una battaglia molto famosa, quel­la del monte Tan­cia, sul Ter­minil­lo. Mio padre iniz­iò a lavo­rare come fab­bro a 13 anni, poco dopo si iscrisse alla FIOM e al Movi­men­to Gio­vanile Comu­nista, più tar­di FGCI. Divenne seg­re­tario del cir­co­lo FGCI di Tor­pig­nat­tara che ave­va 1.000 iscrit­ti. In segui­to la fed­er­azione lo inviò a dirigere il cir­co­lo di Cen­to­celle per­ché era con­sid­er­a­to debole: infat­ti ave­va “solo” 800 iscrit­ti! Fu denun­ci­a­to dal­la polizia una vol­ta per accat­ton­ag­gio ed un’altra per com­mer­cio abu­si­vo quan­do dif­fonde­va L’Unità: questo gli costò un pos­to da operaio elet­tromec­ca­ni­co dopo aver vin­to un con­cor­so alle Fer­rovie. Un ramo del­la famiglia era pret­ta­mente operaio e l’altro con­tadi­no, o meglio mez­zadrile. Quan­do spararono a Togli­at­ti nel luglio del ‘48, mia madre non era anco­ra ado­les­cente, lavo­ra­va in cam­pagna e toc­cò a lei salire velo­ce­mente su un albero e da lì chia­mare a squar­ci­ago­la tut­ti i con­ta­di­ni spar­si nei campi di quel ver­sante del­la col­li­na e di quel­lo oppos­to, annun­cian­do lo sciopero gen­erale e l’indicazione di cor­rere tut­ti in paese per bloc­carne gli acces­si; cosa che fu fat­ta in poco tem­po da centi­na­ia di loro. Con questo “DNA” sono cresci­u­to in una bor­ga­ta romana un po’ sui gener­is, Casal Bru­ci­a­to. Per i miei coetanei c’erano essen­zial­mente due opzioni: la sezione comu­nista oo il giro del­la malavi­ta. Ho già scrit­to delle vicende sim­boli­ca­mente par­al­lele mia e di un altro ragaz­zo che vive­va vici­no a me: Pino Pelosi, quel­lo che si accol­lò la col­pa dell’omicidio di Pasoli­ni. Così mi iscrissi alla FGCI ad un’età non pre­vista dal­lo statu­to e a 15 anni mi elessero seg­re­tario del cir­co­lo “Morani­no” di Casal Bru­ci­a­to. 2. Suc­ces­si­va­mente, nel 1982, fu da te rilas­ci­a­ta una inter­vista quale respon­s­abile dei gio­vani lavo­ra­tori e stu­den­ti. Di lì fos­ti chiam­a­to a dare un con­trib­u­to di direzione polit­i­ca nazionale, con quan­to accresci­men­to per la tua for­mazione cul­tur­ale e polit­i­ca? Quell’intervista andrebbe sbat­tuta in fac­cia a cer­ti mist­i­fi­ca­tori del­la sto­ria del nos­tro Par­ti­to che han­no approf­itta­to anche del cen­te­nario per con­tin­uare la loro opera velenosa. Non c’è spazio per far­lo qui ma ricor­do che “spar­a­vo a zero”, sul gior­nale del Par­ti­to, con­tro i sin­da­cati ed in sostan­za anche con­tro la com­po­nente comu­nista. In prat­i­ca, sen­za nom­i­narlo, era un attac­co frontale a Luciano Lama. È vero che ave­vo affet­to e forte ammi­razione per il com­pag­no Rinal­do Sche­da, seg­re­tario con­fed­erale del­la CGIL e diri­gente del Par­ti­to, il quale pri­ma del com­pag­no Cos­sut­ta fu por­tav­oce autorev­ole e luci­do di un mal­con­tento tra i com­pag­ni per certe ten­den­ze che si man­i­fes­ta­vano ed in par­ti­co­lare per alcune posizioni del com­pag­no Lama. Tut­tavia, per come “fun­zion­a­va” (cioè benis­si­mo) il P.C.I. allo­ra, un ragaz­zo come me non avrebbe mai potu­to fare quegli attac­chi su L’Unità sen­za che ciò fos­se sta­to deciso dal cen­tro per ren­dere più aper­ta una battaglia polit­i­ca ver­so Lama ed alcu­ni set­tori del Par­ti­to e del­la CGIL. Quell’intervista, dunque, è uno dei pochi riscon­tri stori­ci che il com­pag­no Berlinguer (poten­do con­tare in pri­mo luo­go sul sosteg­no di Nat­ta) si era reso con­to di alcu­ni errori commes­si in prece­den­za e vol­e­va lan­cia­re una battaglia decisa con­tro ten­den­ze oppor­tuniste e liq­uida­to­rie, in defin­i­ti­va con­tro Napoli­tano. Ho avu­to il priv­i­le­gio non solo di far parte di organ­is­mi diri­gen­ti nazion­ali del­la FGCI (in segui­to anche del Par­ti­to e del­la cosid­det­ta area cos­sut­tiana” o “filoso­vi­et­i­ca”) ma soprat­tut­to di essere sta­to impeg­na­to diret­ta­mente in altre regioni. Dal­la fine del novem­bre del 1980 mi trasferii a Saler­no e poi nell’agro sar­nese-noceri­no in segui­to al sis­ma di quell’epoca, per sostenere l’organizzazione del­la FGCI, coor­dinare la sol­i­da­ri­età e la dis­tribuzione degli aiu­ti che giungevano da tut­ta Italia e per avviare le battaglie per la rinasci­ta e con­tro la camor­ra. Soprat­tut­to, nel 1983 ‑nell’ambito di una serie di mis­ure assunte dal­la direzione del Par­ti­to dopo l’omicidio di Pio La Torre ed altri com­pag­ni in Cal­abria e Sicil­ia, ad opera di mafia e ‘ndrangheta- ebbi l’onore di diventare seg­re­tario regionale del­la FGCI cal­abrese. Andai a vivere a Cro­tone e vi rimasi cir­ca tre anni, col­lab­o­ran­do infor­mal­mente anche con la seg­rete­ria regionale del P.C.I. e con­tribuen­do alla direzione del Par­ti­to nel cro­tonese; nel frat­tem­po, svol­si anche qualche incar­i­co ‑ho già pub­bli­ca­to dei ricor­di- per la com­mis­sione cen­trale di con­trol­lo, in par­ti­co­lare nel­la vig­i­lan­za con­tro even­tu­ali infil­trazioni dell’ndrangheta. In prece­den­za ero sta­to anche respon­s­abile romano e poi nazionale del servizio d’ordine del­la FGCI. Ave­vo inizia­to a lavo­rare a 15–16 anni, qua­si subito entrai in fab­bri­ca (a San Basilio) e ven­ni licen­zi­a­to dopo pochi anni: la FIOM fece causa e la vinse per­ché dimostrò che si trat­ta­va di una rap­pre­saglia anti­sin­da­cale. In segui­to feci il facchi­no pri­ma di divenire fun­zionario delle Bot­teghe Oscure. Per uno come me ‑ave­vo solo la terza media- quelle espe­rien­ze furono uno stra­or­di­nario arric­chi­men­to cul­tur­ale e morale forse migliore dell’università, mi diede la pos­si­bil­ità di com­pren­dere le dif­feren­ze e la com­p­lessità, mi liberò dal provin­cial­is­mo e da visioni uni­lat­er­ali, fu una potente spin­ta alla for­mazione marx­ista. Van­tag­gi per la mia cresci­ta che furono ulte­ri­or­mente arric­chi­ti anche da alcune espe­rien­ze politiche inter­nazion­ali. Tra queste ‑una per tutte- è toc­cante il ricor­do del mio rap­por­to con l’ambasciatore afghano a Roma negli anni ‘80 com­pag­no Nashrani (più o meno si pro­nun­ci­a­va così) e col suo inter­prete, il com­pag­no Shames. Dei veri comu­nisti: in Italia siamo privi del­la lib­ertà di conoscere tante cose ma in Afghanistan c’è sta­ta per decen­ni (e c’è tut­to­ra, spero) una fiera e forte orga­niz­zazione comu­nista che affronta­va rischi e peripezie di tut­ti i tipi. Il P.C.I. era questo: non solo ren­de­va più liberi gli operai ma era capace di con­sen­tire loro una stra­or­di­nar­ia cresci­ta e trasfor­mar­li anche in diri­gen­ti: un trat­to esclu­si­vo del­la sua identità.

Enri­co Berlinguer


3. In una fase suc­ces­si­va hai ritenu­to di dare vita ad “Inizia­ti­va Comu­nista”: qual’era il cuore del­la crit­i­ca di cui, con altri com­pag­ni, era­vate por­ta­tori? Come dice­va­mo con un cer­to orgoglio, Inizia­ti­va Comu­nista proveni­va dal “pro­fon­do P.C.I.”, benchè fos­se un’organizzazione essen­zial­mente di gio­vani (la stam­pa ci defini­va “i pul­ci­ni di Cos­sut­ta”), tut­ti pro­le­tari e in mag­gio­ran­za donne. Per la ver­ità ave­va una sua “preis­to­ria” che sca­turi­va dai coman­dan­ti Par­ti­giani (e poi diri­gen­ti del Par­ti­to) più vici­ni a Pietro Sec­chia e da per­son­al­ità come Ambro­gio Doni­ni e Ludovi­co Gey­monat: quest’ultimo par­la di noi in modo com­movente nel suo libro usci­to pos­tu­mo. Volen­do sem­pli­fi­care al mas­si­mo le carat­ter­is­tiche strate­giche o politiche di Inizia­ti­va Comu­nista indicherei som­mari­a­mente: per cir­ca un quindi­cen­nio siamo sta­ti l’unica orga­niz­zazione in Italia ad avere come fine la ricos­ti­tuzione del P.C.I. (pochissime altre si richia­ma­vano al P.C.I. ma non cre­de­vano nel­la sua ricos­ti­tuzione); non cre­de­va­mo che il PRC fos­se o potesse diventare una vera “pros­e­cuzione” del P.C.I.; riteneva­mo che il pos­to dei comu­nisti fos­se fuori dal cen­trosin­is­tra e con­tro il regime bipo­lare delle “due orchestre che si com­bat­tono per suonare la stes­sa musi­ca”; erava­mo con­trari all’euro e alla costante ces­sione di sovran­ità alla UE; erava­mo per val­oriz­zare il radica­men­to e l’identità di classe con­tro una pre­sen­za mera­mente medi­at­i­ca ed isti­tuzionale dei comu­nisti. Più che una crit­i­ca, mi sem­bra che queste posizioni siano grosso modo le stesse assunte suc­ces­si­va­mente dal­la stra­grande mag­gio­ran­za delle com­pagne e dei com­pag­ni di varia prove­nien­za e col­lo­cazione e soprat­tut­to fat­te pro­prie dal nos­tro Par­ti­to, e con­fer­mate con questo con­gres­so. 4. Quin­di da parec­chi anni hai incro­ci­a­to, dopo lo sciogli­men­to del PCI stori­co, di nuo­vo l’organizzazione comu­nista ed hai con­tribuito, anche qui a diriger­la, con una pre­sen­za forte a Roma. Per­ché, in un dato momen­to hai scel­to una vacan­za dagli impeg­ni? Direi che la vacan­za la perseguiv­ano il ROS dei cara­binieri o meglio i burat­ti­nai che si sono servi­ti di loro. Questo repar­to, par­ti­co­lar­mente caro a Bush, ten­tò ‑come ricorderai- di man­dare parec­chi di noi all’ergastolo, cir­ca ven­ti anni fa, con quel­la che io definii subito “una patet­i­ca mon­tatu­ra des­ti­na­ta a naufra­gare nel ridi­co­lo” ma che portò molti gior­nali dell’epoca a definir­ci let­teral­mente “i Val­pre­da del 2000”. Tut­to ciò è sanci­to da tutte le sen­ten­ze che qual­si­asi tri­bunale ha pro­mul­ga­to nei nos­tri con­fron­ti. Siamo sem­pre sta­ti assolti tut­ti con la for­mu­la più ampia (“per­ché il fat­to non sus­siste”) ma anche altre sen­ten­ze han­no sta­bil­i­to che era solo una mon­tatu­ra pri­va di qual­si­asi fon­da­men­to. Sec­on­do il ROS dei cara­binieri dell’epoca noi erava­mo le BR, i respon­s­abili del­la morte di D’Antona e Bia­gi, nonché di altre vio­len­ze e nuovi omi­ci­di in preparazione ed io ven­ni dip­in­to perfi­no come una specie di capo del ter­ror­is­mo inter­nazionale. Diver­si tri­bunali han­no sta­bil­i­to che è reato, invece, par­lare di noi in tal modo tan­to che abbi­amo fat­to con­dannare Mau­r­izio Belpi­etro otto volte, per diffamazione. A causa di diver­si mesi pas­sati in cel­la di iso­la­men­to (e poi altri ai domi­cil­iari) ho per­so la vista. Ma non fu solo per ques­ta mon­tatu­ra ‑pro­trat­tasi per cir­ca dieci anni a par­tire dal 1999- che nel 2008 Inizia­ti­va Comu­nista cele­brò il suo con­gres­so di autosciogli­men­to. Il fat­to è che la sin­is­tra era sta­ta spaz­za­ta via dal par­la­men­to, purtrop­po le nos­tre ragioni storiche era­no state provate dai fat­ti e dunque il nos­tro ruo­lo si era esauri­to, ovvero da quel momen­to sarem­mo diven­tati uno dei tan­ti grup­pi, ancorchè ‑forse- il più numeroso e com­bat­ti­vo. Noi pen­sava­mo che il miglior con­trib­u­to che pote­va­mo dare era con­sen­tire alle varie orga­niz­zazioni comu­niste di appro­pri­ar­si un po’ anche del­la nos­tra espe­rien­za e del suo sig­ni­fi­ca­to: vol­e­va­mo social­iz­zarla con chi pote­va ritenere che fos­se utile. Questo, purtrop­po, non fu recepi­to da molti e i risul­tati si vedono anche oggi. Tut­tavia, le final­ità del ROS (sec­on­do la Corte d’Appello era­no di annientare le poten­zial­ità politi­co-elet­torali di Inizia­ti­va Comu­nista) anzi, dei burat­ti­nai che li manovra­vano, con­tin­uarono a man­i­fes­tar­si a lun­go ‑anche dopo il nos­tro sciogli­men­to- con altri mezzi, ovvero con la sis­tem­at­i­ca dis­crim­i­nazione ed emar­gin­azione di tan­ti di noi da ogni espe­rien­za polit­i­ca. Ora non voglio dilun­gar­mi nell’indicare come ciò sia avvenu­to e dimostrare come non sia spie­ga­bile solo con i vizi e le bassezze che purtrop­po attanagliano la nos­tra sin­is­tra attuale: però non ci siamo pre­si alcu­na “pausa” e tan­ti di noi han­no con­tin­u­a­to la battaglia come pote­vano, soste­nen­do la lot­ta di classe e la causa del­la ricos­ti­tuzione del PCI e nes­suno ha fat­to scelte oppor­tuniste. Non a caso, per esem­pio, anco­ra oggi a Roma quelle che orga­niz­zo saltu­ar­i­a­mente con l’aiuto di poche com­pagne e com­pag­ni, risul­tano essere tra le man­i­fes­tazioni politiche più parte­ci­pate del­la sin­is­tra attuale. E’ oggi una grande sod­dis­fazione per me ‑e insieme una garanzia- pot­er riscon­trare final­mente che nel grup­po diri­gente del nos­tro Par­ti­to non si col­go­no quei pregiudizi discriminatori.

Pio La Torre


5. Ora appe­na riaf­fac­cia­to, subito i com­pag­ni del PCI in ricostruzione, for­ma­to da chi come noi viene da Bot­teghe Oscure, ma anche da tan­ti con tante sto­rie dif­fer­en­ti, ti han­no chiesto nuo­vo impeg­no e l’hai accolto. Che novità, che prospet­ti­va, vedi davan­ti a noi? Da trent’anni, tut­ti gli indi­ca­tori (qual­i­ta­tivi e quan­ti­ta­tivi) del­la situ­azione del­la sin­is­tra e dei movi­men­ti sono costan­te­mente neg­a­tivi. Siamo sem­pre di meno, sem­pre più divisi, iso­lati dalle gran­di masse pro­le­tarie (specie delle fasce più gio­vani) e ‑se pos­so esprimere una opin­ione per­son­ale- anche abbas­tan­za scol­le­gati dal­la realtà. La ques­tione è che non solo i liq­uida­tori che sop­pressero il Par­ti­to oltre trent’anni fa non cre­de­vano nel­la sua neces­sità; la pen­sa­vano allo stes­so modo anche molte cor­ren­ti o ten­den­ze preesisten­ti nel­la sin­is­tra ital­iana, com­p­rese quelle “ultra­riv­o­luzionar­ie” (benchè molti loro diri­gen­ti finirono poi per gov­ernare con Mas­tel­la, appog­gia­re la NATO e assoggettare il paese alla UE e all’euro). Tut­ti quan­ti cos­toro furono deter­mi­nan­ti nell’imprimere il sen­so di mar­cia alla sin­is­tra e ai movi­men­ti “post-PCI”: era­no uni­ti dal­la con­vinzione che non fos­se pri­or­i­tario ricos­ti­tuire il Par­ti­to; molti, anzi, ritenevano che questo obi­et­ti­vo fos­se super­fluo o addirit­tura dan­noso. Ecco la reale orig­ine delle nos­tre attuali con­dizioni che i diri­gen­ti di ques­ta sin­is­tra (quan­to meno nel­la loro mag­gio­ran­za) cer­cano di negare, scar­i­can­do tutte le colpe sul PCI o sul com­pag­no Berlinguer. In realtà, dovreb­bero spie­gare per­ché la sin­is­tra che anco­ra era rel­a­ti­va­mente forte alcu­ni anni dopo la fine del nos­tro Par­ti­to ora si tro­va così: il “sal­do” dell’ultimo quar­to di sec­o­lo non ha eguali nel mon­do, per quan­to è neg­a­ti­vo sot­to tut­ti i pro­fili. Ci sono altri pae­si dove la sin­is­tra o il movi­men­to operaio sono deboli come da noi, tut­tavia in nes­suno di questi si reg­is­tra un tra­col­lo (gio­va ripeter­lo: qual­i­ta­ti­vo e quan­ti­ta­ti­vo) come il nos­tro. Per questo, a mio per­son­ale avvi­so, esiste una par­ti­co­lare, nuo­va “anom­alia ital­iana”, la quale non può essere nascos­ta in una più como­da (ma non infon­da­ta) crisi del movi­men­to comu­nista europeo. Si trat­ta di una ques­tione che si intrec­cia con una par­al­lela dis­fat­ta del­la classe opera­ia: del suo salario in tutte le forme, dell’orario di lavoro con­sid­er­a­to nei suoi vari para­metri, del suo rap­por­to di forza com­p­lessi­vo con il cap­i­tale, dai sin­goli luoghi di lavoro all’intera soci­età e allo Stato.
Tut­to ciò, inoltre, si accom­pa­gna con un bilan­cio anal­o­go del­lo sta­to del paese, del­la repub­bli­ca demo­c­ra­t­i­ca e del­la sua Cos­ti­tuzione, dell’indipendenza, del pres­ti­gio dell’Italia, la quale è sem­pre più in crisi e dec­li­nante. È la com­bi­nazione tra questi ele­men­ti suc­cin­ta­mente richia­mati che cos­ti­tu­isce la nuo­va anom­alia ital­iana: in questi trent’anni abbi­amo prova­to le ricette di una sin­is­tra o movi­men­ti sen­za PCI. Le abbi­amo provate tutte: dal PD alle BR, per così dire, pas­san­do anche per il M5S e movi­men­tis­mi vari ma i risul­tati di tut­to ciò sono evi­den­ti. È da questo som­mario riepi­l­o­go che emerge ‑con l’oggettiva tes­ta dura dei fat­ti- la vera prospet­ti­va del proces­so politi­co del nos­tro paese: solo con un forte e coer­ente PCI si potrà rilan­cia­re la lot­ta di classe su tut­ti i piani e ridare slan­cio alla sin­is­tra, ai movi­men­ti, alla loro unità. Per­ché la forza di questi ulti­mi, è la lezione del­la Sto­ria, è sem­pre sta­ta pro­porzionale alla forza del PCI. Se c’è una novità, dunque, è che ora toc­ca a noi: è nec­es­sario in pri­mo luo­go lottare non solo (e non tan­to, potrei dire in un cer­to sen­so) per ele­vare ed espan­dere molto il nos­tro Par­ti­to ma pro­prio per ria­vere un PCI forte e coer­ente, il quale ripren­da il cam­mi­no inter­rot­to oltre trent’anni fa, con la capac­ità (offer­ta dall’esperienza) di lib­er­ar­ci delle cause che por­tarono allo sciogli­men­to ed anche con­sapevoli che non è un “altro” non meglio defini­to par­ti­to comu­nista che vogliamo. 6. Un ragaz­zo uni­ver­si­tario, che non si definisce anco­ra comu­nista, mi ha sen­ti­to par­lare di te e si è incu­rios­i­to. Se volessi invi­tar­lo all’impegno cosa gli diresti? Cir­ca sessant’anni fa, su Rinasci­ta, il com­pag­no Togli­at­ti rispose a un gio­vane sen­za par­ti­to che gli ave­va scrit­to, espo­nen­dogli domande, inqui­etu­di­ni, incertezze. Pri­ma di tut­to il Seg­re­tario rispose che sarebbe sta­to facile (e gius­to) dirgli di iscriver­si alla FGCI ma non bas­ta­va. Da lì svilup­pò un nobile e pro­fon­do ragion­a­men­to, par­lò (come si suol dire) al cuore e alla mente di quel gio­vane e quel­la rispos­ta ispirò forte­mente i nos­tri diri­gen­ti quan­do (pochissi­mi anni dopo) si mis­urarono con un fenom­e­no nuo­vo come il ‘68. Con tale pre­mes­sa, non mi lim­iterei ‑benchè io sia con­vin­to che ciò sia nec­es­sario- a esor­tar­lo ad aderire all’attuale PCI o alla FGCI. Ci dis­cuterei anche per ore, se lui volesse, soprat­tut­to di fronte a un bel piat­to di porchet­ta e a un buon vino dei Castel­li Romani 🙂 ma ora, in poche parole direi: fai una scelta di vita per­ché è l’unica, aut­en­ti­ca alter­na­ti­va ad una vita non scelta. Diven­ta comu­nista per­ché è un atto di lib­ertà, uno dei più sig­ni­fica­tivi e con­creti. Per noi comu­nisti la lib­ertà non è quel­lo che fa pen­sare il lib­er­al­is­mo, ego­ista e cini­co, di cui una delle più recen­ti derivazioni sono cer­ti movi­men­ti “novax”, non a caso cap­i­ta­nati dai fascisti. Per noi la lib­ertà è, in pri­mo luo­go benchè non solo, la “coscien­za del­la neces­sità”. La coscien­za non è sinon­i­mo di conoscen­za, non si riduce ad essa, ben­sì è la capac­ità (se così pos­so dire) di imp­ie­gare in modo ido­neo ai pro­pri fini le conoscen­ze. La neces­sità, al tem­po stes­so, non è solo il sig­ni­fi­ca­to che ci appare più evi­dente: per esem­pio di man­gia­re o di fer­mare una emor­ra­gia, ecc. In sen­so più pro­fon­do, essa è la “coscien­za” dell’interazione tra le varie leg­gi (fisiche, per esem­pio) che regolano la vita dell’universo, del­la natu­ra ed anche del­la soci­età umana. Non pro­vo neanche, ora (ma resto in atte­sa di dis­cuterne con porchet­ta e vino), a moti­vare di più ma potrei dimostrar­gli che ‑in base a leg­gi ogget­tive riscon­tra­bili nel­la sto­ria- il cap­i­tal­is­mo (in ques­ta sua fase l’imperialismo ovvero il dominio dei gran­di monop­o­li finanziari inter­nazion­ali) sta por­tan­do l’umanità alla fine (con la guer­ra e la dev­as­tazione ambi­en­tale) e nel frat­tem­po provo­ca mis­e­ria, dis­oc­cu­pazione, crim­i­nal­ità, degra­do cul­tur­ale e morale, anche nei pae­si appar­ente­mente più ric­chi ed “avan­za­ti”. Da qui la coscien­za del­la neces­sità ‑gra­zie al nos­tro insu­per­abile pat­ri­mo­nio teori­co e stori­co- di bat­ter­si affinché sia dei lavo­ra­tori il potere politi­co ed eco­nom­i­co, assi­cu­ran­do all’umanità la vita (sal­va­guardan­do pace e natu­ra), la gius­tizia eco­nom­i­ca e sociale e l’elevazione onni­lat­erale del­la nos­tra per­son­al­ità. Ecco per­ché essere (non dirsi) comu­nisti sig­nifi­ca essere liberi. Aggiun­gerei anche un altro esem­pio. Immag­i­na una spi­ag­gia affol­la­ta, d’estate e un bam­bi­no che chiede aiu­to nel mare: chi lo salverà? Chi ha la coscien­za del­la neces­sità di cor­rere in suo aiu­to con­sideran­do alcune leg­gi, per esem­pio rel­a­tive al nuo­to, ecc. L’eroe, per noi, è un altru­ista che sa essere libero per­ché cosciente delle neces­sità (quin­di delle leg­gi da con­sid­er­are) e non essere sovran­nat­u­rale o un supe­ruo­mo che ha qual­ità di cui altri sono privi. L’eroe è libero e come tale riv­o­luzionario. Ecco per­ché i Par­ti­giani era­no eroi e liberi, anche quan­do cade­vano tra le mani del nemi­co. Tut­to questo sig­nifi­ca che i comu­nisti sono il “prodot­to” più avan­za­to e mod­er­no, più cor­rispon­dente alla “coscien­za del­la neces­sità” attuale di quel­la parte del­la sto­ria dell’umanità che ne ha seg­na­to il cam­mi­no fin dal­la fase finale del­la preis­to­ria. Si trat­ta di quel­la parte che ha avu­to sem­pre un ruo­lo di avan­guardia, che ha spin­to sem­pre più in alto il nos­tro spir­i­to, la nos­tra specie e che tut­ti ricor­dano; come tut­ti ricor­dano Gram­sci e nes­suno i suoi aguzzi­ni, anche se al tem­po pen­sa­vano di essere più for­ti (e “fur­bi” e “vin­cen­ti”) di lui. È ques­ta parte di sto­ria dell’umanità, forse, a cui pen­sa­va il Poeta quan­do scrisse “fat­ti non fos­te a viv­er come bru­ti ma per seguir vir­tute e canoscen­za”. Già, conoscen­za. Ques­ta soci­età, così luc­ci­cante e “tec­no­log­i­ca”, in realtà ci des­ti­na ad un ruo­lo di servi, alien­ati cioè estra­niati dagli altri, costret­ti a vivere solo nel con­sumo del­la pro­pria esisten­za qua­si fos­si­mo ani­mali. Per essere eroi liberi, per cam­biare il mon­do, per portare anco­ra più avan­ti e in alto il cam­mi­no del­la parte più spendente dell’umanità, bisogna scegliere di essere comunisti.

Gui­do Rossa


7. Invece, ai tan­ti com­pag­ni e com­pagne che cre­dono di dover ricom­in­cia­re a sta­gioni alterne, o mag­a­ri – lo dico mal­iziosa­mente – a stormir di urne, a ripro­porre l’opzione fon­di­amo insieme tut­ti i comu­nisti ora, cosa rispon­di? Ahimè, da cir­ca quindi­ci anni più volte mi è cap­i­ta­to di dire pub­bli­ca­mente che la for­mu­la “unità dei comu­nisti” è un imbroglio e tal­vol­ta chi la sbandiera è un imbroglione. È un’opinione molto impopo­lare ma io non sono con­tro l’unità, al con­trario: evo­care “l’unità dei comu­nisti” negli ulti­mi trent’anni ha provo­ca­to più divi­sioni di quante ve ne fos­sero già. Del resto, per esem­pio, quarant’anni fa cosa avrebbe sig­ni­fi­ca­to un’espressione del genere? Avrem­mo dovu­to unir­ci anche con gli assas­si­ni di Gui­do Rossa? In ogni caso, un paio di anni fa, scrissi un testo di diverse pagine tito­la­to “con­tro l’unità dei comu­nisti”: sic­come fu pub­bli­ca­to online chi vuole può andare a ver­i­fi­care diret­ta­mente se le ques­tioni e gli inter­rog­a­tivi che pone­vo sono state risolte o super­ate suc­ces­si­va­mente. Oggi, in par­ti­co­lare, ripro­porre ques­ta chimera sig­nifi­ca non capire in che sta­to si tro­va la sin­is­tra ital­iana: essa, ormai, è sostanzial­mente regred­i­ta (sal­vo qualche eccezione) allo sta­dio del “regime dei cir­coli” come lo defini­va Lenin o il “cir­co Bar­num” come lo chia­ma­va Gram­sci. I bolsce­vichi sono sor­ti come negazione del “cul­to del­la spon­taneità” e del “regime dei cir­coli”. Ciò è dovu­to all’idealismo e allo spon­taneis­mo imper­ante, il cui rif­lesso orga­niz­za­ti­vo è la “set­ta” (o cir­co­lo) lim­i­ta­ta al par­ti­co­lar­is­mo local­is­ti­co o tem­ati­co. Chi da vita a queste sette non crede al prin­ci­pio su cui mi sono già dilun­ga­to pri­ma, ovvero alla pri­or­ità del Par­ti­to, del PCI, alla neces­sità del­la sua ricostruzione per inver­tire la situ­azione attuale. Se non si chiarisce ciò, ovvero che queste sette devono scioglier­si per fonder­si in un par­ti­to comu­nista aut­en­ti­co, non ci sarà “l’unità dei comu­nisti” ma dei grup­pet­ti, al mas­si­mo ci sarà un “grup­po dei grup­pi” ossia una riedi­zione del Par­ti­to Socialde­mo­c­ra­ti­co rus­so con­tro il quale si bat­terono i bolsce­vichi. Sarebbe una “palude” (per con­tin­uare con le parole di Lenin), una sor­ta di fran­chis­ing in perenne fib­ril­lazione inter­na, con­tin­u­a­mente sof­fo­ca­to dal­la divi­sione tra lavoro man­uale e intel­let­tuale nonché dal polit­i­can­tismo e per­son­al­is­mo, incom­pat­i­bile col cen­tral­is­mo demo­c­ra­ti­co. Per questo ‑volen­do rimanere solo nell’asfittico cam­po delle for­mule- sarebbe assai più cred­i­bile una pro­pos­ta di “unità delle forze che si bat­tono per ricos­ti­tuire il PCI”, corre­da­ta da un adegua­to piano orga­niz­za­ti­vo che gen­eral­mente man­ca. Il nos­tro Par­ti­to, invece, deve con­tin­uare, arti­colan­dola e per­fezio­nan­dola, la pro­pria gius­ta polit­i­ca di unità. Il nos­tro pat­ri­mo­nio teori­co e stori­co con­sid­era ‑sem­pli­fi­co per bre­vità- almeno tre diver­si liv­el­li di tale polit­i­ca, i quali devono essere ben coor­di­nati tra loro, dis­tinguen­doli ed attribuen­do con pre­ci­sione, a cias­cuno, il tipo di pro­gram­mi e di carat­ter­is­tiche orga­niz­za­tive che gli sono pro­pri. La con­fu­sione e la sovrap­po­sizione tra pre­rog­a­tive e final­ità delle diverse politiche uni­tarie, mi sem­bra una delle cause dell’attuale fran­tu­mazione del­la sin­is­tra e del caos politi­co ed orga­niz­za­ti­vo che impera. Anche per questo ‑sen­za vol­er inseguire troppe sot­tigliezze seman­tiche- ho molto apprez­za­to la paro­la d’ordine del nos­tro con­gres­so che si pro­pone di “unire i comu­nisti” ma ricostru­en­do il PCI e nell’ambito di una dis­tin­ta polit­i­ca di alleanze di sin­is­tra: mi sem­bra inten­da un sig­ni­fi­ca­to un po’ diver­so da quel­lo ‑sem­plicis­ti­co ed illu­so­rio- di “unità dei comu­nisti”. Pri­ma di tut­to, è ovvio, va con­tin­u­a­mente con­sol­i­da­ta l’unità del Par­ti­to: “l’unità dei comu­nisti” è il Par­ti­to, la sua costruzione e il suo inces­sante raf­forza­men­to. La sua pri­ma con­dizione è una lin­ea polit­i­ca sem­pre più organ­i­ca al nos­tro pat­ri­mo­nio stori­co e teori­co e sem­pre più ampia per inter­a­gire conc­re­ta­mente con le con­dizioni e le sper­anze delle masse popo­lari e in pri­mo luo­go del pro­le­tari­a­to. Per questo Sec­chia defini­va il Par­ti­to come un’organizzazione “di donne e di uomi­ni che pen­sano e che lot­tano, che stu­di­ano e che lot­tano”. Le gambe su cui far mar­cia­re l’unità del Par­ti­to sono il cen­tral­is­mo demo­c­ra­ti­co e il costante eser­cizio del­la crit­i­ca e dell’autocritica: due carat­ter­is­tiche con­crete del “vec­chio” PCI che mi sem­bra­no abbas­tan­za igno­rate dal­la sin­is­tra attuale. In sec­on­do luo­go, un Par­ti­to sem­pre più uni­to e con una chiara visione del­la realtà, pro­muove l’unità con tutte le forze (nel caso anche sociali e cul­tur­ali, non solo par­ti­ti) che si ispi­ra­no alla classe lavo­ra­trice e vogliono impeg­nar­si per la dife­sa dei suoi inter­es­si, per il riscat­to e l’emancipazione delle lavo­ra­tri­ci e dei lavo­ra­tori. Infine c’è l’intesa (pos­si­bil­mente l’alleanza) con le forze e le per­son­al­ità demo­c­ra­tiche ed aman­ti del­la pace, per unir­si sul ter­reno estremo del­la dife­sa del­la democrazia e del­la lot­ta con­tro la guer­ra: essa impli­ca ‑sec­on­do i casi- perfi­no tat­tiche uni­tarie nei con­fron­ti di forze borgh­e­si anche mod­er­ate. Per fare esem­pi con­creti, la battaglia di mas­sa con­tro il gov­er­no Draghi non deve essere affare dei comu­nisti ma di tutte le forze politiche, sin­da­cali, cul­tur­ali disponi­bili; ancor di più, la battaglia con­tro la guer­ra e la NATO deve tentare di coin­vol­gere non solo le forze con­trarie alla polit­i­ca antipopo­lare del gov­er­no Draghi ma anche altre, per esem­pio di ispi­razione reli­giosa o uman­i­taria, non di sin­is­tra. D’altro can­to, lo san­no tut­ti, pro­prio per far finire la guer­ra e portare la democrazia nel nos­tro paese, fum­mo pro­mo­tori del CLN, ossia un’alleanza tem­po­ranea perfi­no con par­ti­ti borgh­e­si moderati e con­ser­va­tori. Al tem­po stes­so, la sud­det­ta polit­i­ca va accom­pa­g­na­ta (anche per real­iz­zarla meglio) con il pieno disp­ie­ga­men­to delle carat­ter­is­tiche del nos­tro nome ‑PCI- ovvero colti­van­do ed aggior­nan­do tutte le pecu­liar­ità che fecero grande ed uni­co il nos­tro Par­ti­to il quale, non a caso, van­ta­va di essere “diver­so da tut­ti gli altri” com­pre­si gli altri par­ti­ti di sin­is­tra. Dob­bi­amo puntare a svol­gere nel paese le antiche fun­zioni inter­nazion­al­ista, riv­o­luzionar­ia, di classe e al tem­po stes­so nazionale, demo­c­ra­t­i­ca, di massa.
8. Sono attuali o sono nos­tre “fis­sazioni” il met­tere i temi del lavoro, del­la salute, del­la pace e dell’antifascismo pri­ma di ogni altra cosa nel fare polit­i­ca quo­tid­i­ana e nelle lotte? E quan­to peserà nel paese, per i lavo­ra­tori, per gli stu­den­ti, per le donne, questo con­gres­so che ter­re­mo a Livorno il 25, 26, 27 mar­zo? Marx ha dimostra­to come il cap­i­tal­is­mo è la strut­tura sociale nel­la quale è l’abbondanza a gener­are la mis­e­ria. L’abbondanza di capac­ità pro­dut­ti­va gen­era la dis­oc­cu­pazione e l’abbassamento dei salari da un lato ed una polar­iz­zazione para­dos­sale dall’altro: ossia chi lavo­ra deve fati­care sem­pre più tem­po (per esem­pio gior­na­ta o set­ti­mana lavo­ra­ti­va oppure età di pen­sion­a­men­to) men­tre aumen­tano sem­pre di più quel­li che non lavo­ra­no per nul­la o comunque pos­sono far­lo sem­pre meno (poche ore o ristret­ti peri­o­di sta­gion­ali); l’abbondanza di scop­erte tec­niche e sci­en­ti­fiche si accom­pa­gna con una recrude­scen­za di malat­tie vec­chie e nuove; lo stra­or­di­nario pro­gres­so nei mezzi di trasporto e comu­ni­cazione non evi­ta l’aumento dell’alienazione, dell’oscurantismo, del­la soli­tu­dine; e potrei con­tin­uare anco­ra. Il nos­tro con­gres­so nazionale di fine mar­zo, dunque, in par­ti­co­lare con le tesi che dis­cuterà, cen­tra i nodi cru­ciali delle con­crete con­dizioni di vita delle masse lavo­ra­tri­ci, dei gio­vani, delle donne. In pri­mo luo­go il lavoro ‑le tesi pro­pon­gono sedi­ci obi­et­tivi con­creti- inte­so come lot­ta per la mas­si­ma occu­pazione, per un lavoro sta­bile, qual­i­fi­ca­to, demo­c­ra­ti­co ma anche per un con­sis­tente aumen­to dei salari e delle pen­sioni, il quale recu­peri almeno in parte le enor­mi perdite (azzarderei almeno il 50%) subite negli ulti­mi trent’anni. Sen­za dimen­ti­care che sono qua­si quarant’anni che non diminuisce l’orario di lavoro anzi ‑in modi vari­a­mente mascherati- esso ha inizia­to a riau­mentare o comunque ad essere dis­tribuito in modo da ren­dere più penosa e sten­ta­ta la vita di tan­ti lavo­ra­tori, soprat­tut­to gio­vani e donne. Ci sono alcu­ni par­ti­ti che ven­gono imme­di­ata­mente iden­ti­fi­cati (nel sen­so comune) come quel­lo che vuole togliere le tasse oppure come quell’altro che se la prende con gli immi­grati: ecco, aus­pi­co che il nos­tro Par­ti­to ben presto sia con­sid­er­a­to dalle larghe masse popo­lari come quel­lo che in pri­mo luo­go denun­cia l’abbattimento dei salari e delle pen­sioni, l’umiliazione di tante lavo­ra­tri­ci e lavo­ra­tori (specie gio­vani) e chiede con la mas­si­ma forza l’aumento delle paghe, la riduzione dell’orario di lavoro, la dig­nità per tutte le lavo­ra­tri­ci e i lavo­ra­tori e il ripristi­no del­la Cos­ti­tuzione nelle aziende e nelle imp­rese. Tut­tavia, il benessere delle masse popo­lari, anche sot­to il pro­fi­lo eco­nom­i­co, viene assi­cu­ra­to ‑come recla­mano le nos­tre tesi- dal pieno disp­ie­ga­men­to del prin­ci­pio cos­ti­tuzionale del­la tutela del dirit­to alla salute. Si trat­ta, cer­to, dell’assistenza san­i­taria qual­i­fi­ca­ta, cap­il­lare, per­ma­nente, acces­si­bile e gra­tu­ito per tut­ti ma questo prin­ci­pio sig­nifi­ca anche sicurez­za dei lavo­ra­tori: fine degli inci­den­ti e delle mor­ti sul lavoro nonché delle malat­tie pro­fes­sion­ali e di altri rischi cui attual­mente sono esposte alcune cat­e­gorie o man­sioni. La piena salute psi­co-fisi­ca, va colti­va­ta anche svilup­pan­do da ques­ta ango­lazione la scuo­la pub­bli­ca e gra­tui­ta ed una polit­i­ca dei servizi sociali acces­si­bili a tut­ti i quali favoriscano ‑oltre che l’istruzione a tut­ti i liv­el­li- la social­ità e l’elevazione cul­tur­ale e spir­i­tuale mul­ti­lat­erale del popo­lo. Va da sé che la tutela del­la salute sarebbe ridot­ta ad un mero servizio “tec­ni­co” se non si estende alla lot­ta per la dife­sa delle risorse ambi­en­tali, del pat­ri­mo­nio nat­u­rale e quin­di del cli­ma. In questo peri­o­do non c’è bisog­no che aggiun­ga molte parole sul­la ques­tione del­la pace: par­lano a suf­fi­cien­za le tesi ed anche le posizioni pre­cise e lungimi­ran­ti che il Par­ti­to ha assun­to negli ulti­mi tem­pi. Si può e si deve, invece, dire qual­cosa sull’antifascismo. Soprat­tut­to per­ché questo val­ore del­la nos­tra sto­ria e del­la nos­tra cul­tura ‑ave­va ragione il pres­i­dente del­la Corte Cos­ti­tuzionale quan­do disse: “essere ital­iani sig­nifi­ca essere antifascisti”- è sta­to tra­di­to dai par­ti­ti che han­no vota­to la risoluzione del par­la­men­to europeo che equipara nazisti e comu­nisti e chiede la nos­tra mes­sa al ban­do. L’antifascismo è un com­pro­mes­so stori­co tra il movi­men­to operaio e la parte più intel­li­gente ed aper­ta del­la borgh­e­sia, dal quale sono sca­tu­ri­ti Repub­bli­ca e Cos­ti­tuzione. Tale allean­za (o com­pro­mes­so) si real­iz­za nel­la pace, ossia nel­la scelta di tenere il nos­tro paese fuori e lon­tano dal­la guer­ra; nel­la democrazia e ricor­diamo, con la sin­te­si di Togli­at­ti, che essa è la coni­ugazione del­la lib­ertà polit­i­ca con la gius­tizia sociale, altri­men­ti democrazia è solo una banal­ità giuridi­ca; con l’attribuzione al pro­le­tari­a­to del dirit­to-dovere di con­cor­rere per il gov­er­no e la direzione del paese. È chiaro, dunque, come quel­la infame risoluzione sia sem­plice­mente una carti­na di tor­na­sole, per­al­tro repli­ca­ta in alcune regioni ed enti locali. Il vero, pro­l­un­ga­to, imper­don­abile tradi­men­to dell’alleanza antifascista è nelle scelte politiche guer­ra­fondaie, antipro­le­tarie ed anti­de­mo­c­ra­tiche con­dotte da qualche decen­nio da quei par­ti­ti e non a caso il PD è sta­to spes­so il pri­mo del­la classe in questo sporco cimen­to. Per questo il nos­tro antifas­cis­mo è una pri­or­ità attuale rilan­ci­a­ta dal nos­tro con­gres­so che si sostanzia in obi­et­tivi con­creti di gius­tizia, rin­no­va­men­to, democrazia, per il riscat­to dei lavo­ra­tori, dei gio­vani, delle donne, del merid­ione. Nat­u­ral­mente la piena gius­tizia sociale non può con­sid­er­ar­si pien­amente disp­ie­ga­ta finché in tante per­iferie, in tante zone del nos­tro paese molti, soprat­tut­to i gio­vani, sono pri­vati di un vero dirit­to alla casa.

Nor­ber­to Natali, al cen­tro, in una recente iniziativa


9. Con questo con­gres­so che ter­re­mo a Livorno a fine mar­zo cosa auguri al Par­ti­to Comu­nista Ital­iano del 2022? Spero che dal nos­tro con­gres­so nazionale sca­tur­isca un più inten­so e deciso impeg­no di tutte le nos­tre orga­niz­zazioni per l’unità, il rin­no­va­men­to e soprat­tut­to per il pros­elit­ismo, l’espansione del con­sen­so e il radica­men­to di classe. Si trat­ta di tre diret­tri­ci di mar­cia che si ali­men­tano e si garan­tis­cono rec­i­p­ro­ca­mente. Nel riflet­tere su cosa augu­rar­mi per il Par­ti­to già dall’anno in cor­so, mi ven­gono in mente due frasi. Una pro­nun­ci­a­ta dal com­pag­no Berlinguer il 22 giug­no del ‘76, a Roma, di fronte ad una piaz­za san Gio­van­ni strapi­ena dopo che il Par­ti­to ave­va pre­so (il giorno pri­ma) oltre il 32% dei voti dell’intero cor­po elet­torale: con i dati di oggi, sarebbe sta­ta di gran lun­ga la mag­gio­ran­za asso­lu­ta. Egli disse: “l’avanzata del Par­ti­to Comu­nista Ital­iano PUO’ (ma dal tono e dal con­testo si pote­va anche inten­dere “DEVE”) spaventare solo i cor­rot­ti e i pre­po­ten­ti”. Un’altra frase è un bra­no del film Nove­cen­to (non dico con chi mi toc­cò ved­er­lo al cin­e­ma 🙂 ), un’espressione artis­ti­ca ma car­i­ca di sug­ges­ti­vo real­is­mo, nel­la quale qual­cuno dice, a un cer­to pun­to: il Par­ti­to è lì dove un operaio viene sfrut­ta­to, dovunque c’è chi viene oppres­so dall’ingiustizia, ogni vol­ta che qual­cuno ha bisog­no del­la lib­ertà. Più o meno la ricor­do così. Ecco, queste mi sem­bra­no le coor­di­nate affinché le pro­le­tarie e i pro­le­tari vivano sem­pre più il nos­tro Par­ti­to come la pro­pria casa, come l’esperienza ed il proces­so che ricon­seg­ni loro la con­sapev­olez­za del­la pro­pria poten­za, che ren­da la classe lavo­ra­trice capace di con­quistare il potere politi­co ed eco­nom­i­co, liberan­do­ci dall’oppressione, dal­lo sfrut­ta­men­to, dal­la vio­len­za e dare vita alla futu­ra umanità.

Quadro “Fis­chia il Ven­to” di Anto­nio Lucig­nano, pre­sente nel­la sezione PCI di Mari­no, e pre­so a base del Man­i­festo Nazionale uffi­ciale del Sec­on­do Con­gres­so del Par­ti­to Comu­nista Ital­iano a Livorno