Apprendiamo a mezzo stampa le dichiarazioni fatte da quello che ormai è, a tutti gli…
il vuoto intorno
14/07/2026Questo articolo è stato letto 478 volte!
«L’inferno sono gli altri.» — Jean-Paul Sartre -
di Giammarco Graziano
Viviamo in una società in cui il caos sembra essere diventato la normalità. Ma non è soltanto questo. Siamo sempre più abituati a indossare una maschera, a mostrarci come individui invulnerabili. Non nel senso del Superuomo di Nietzsche, inteso come tensione al superamento di sé, quanto piuttosto nella sua interpretazione più dannunziana: l’uomo forte, energico, dominatore, incapace di mostrare il dolore, convinto che il proprio valore dipenda dalla capacità di imporsi sugli altri.
Eppure questa rappresentazione non può reggere per sempre.
Esistono momenti in cui le maschere cadono. Istanti in cui riaffiora quella domanda silenziosa che accomuna molti esseri umani: sarò abbastanza? È in quei momenti che il senso di inadeguatezza emerge con tutta la sua forza, ricordandoci quanto fragile sia l’immagine che costruiamo di noi stessi.
Per alcuni quel vuoto viene colmato dagli affetti, dalla famiglia, da relazioni autentiche capaci di offrire sostegno e riconoscimento. Per altri, invece, questo non accade. Anzi, talvolta è proprio l’istituzione familiare a mostrare le proprie fragilità, incapace di fornire gli strumenti necessari per affrontare un mondo che misura il valore delle persone quasi esclusivamente attraverso il successo, la performance e l’apparenza.
Sant’Agostino rifletteva sulla costante tensione dell’uomo tra il bene e il male. Oggi, accanto a quella riflessione, possiamo osservare anche la nostra natura biologica: siamo animali sociali, ma anche esseri capaci di competizione. La storia dell’umanità è spesso stata raccontata come la vittoria di chi emerge, di chi conquista spazio, di chi prevale.
Eppure questa non è l’unica storia possibile.
Se l’etologia ci mostra la competizione come una componente della vita, l’antropologia e la filosofia ci ricorda che l’essere umano è, prima di tutto, relazione. Aristotele lo definiva zoon politikon, un animale sociale, destinato a realizzarsi nella comunità e attraverso gli altri. La cooperazione non è un limite della nostra natura: ne rappresenta una delle sue espressioni più alte.
Forse è proprio questa dimensione che oggi rischiamo di perdere.
Sempre più persone vivono ai margini senza aver scelto di starci. Sono presenti: lavorano, partecipano, condividono gli stessi spazi, ma restano invisibili. Non perché manchino di valore, bensì perché non corrispondono ai modelli che la società considera vincenti.
José Saramago, in Cecità, lo racconta con straordinaria lucidità: la vera cecità non consiste nel perdere la vista, ma nell’incapacità di riconoscere l’altro. Chi era cieco dentro lo rimane anche quando torna a vedere.
È forse questa la forma più profonda del vuoto che ci circonda: non la solitudine in sé, ma l’indifferenza. Quel confine invisibile che separa chi viene riconosciuto da chi, pur facendo parte del gruppo, continua a esserne escluso.
Il rischio è che il vuoto non sia più soltanto una condizione individuale, ma diventi il tratto distintivo di un’epoca, la nostra epoca: un tempo popolato di persone e sempre più povero di relazioni autentiche.
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Giammarco, nato nel 1992, è laureato magistrale in Filosofia e insegna da circa un decennio nella scuola secondaria di primo grado. Parallelamente all’attività scolastica, svolge il ruolo di allenatore di pallavolo, occupandosi attivamente di sport sia agonistico sia amatoriale.

