il vuoto intorno

il vuoto intorno

14/07/2026 0 Di Giammarco Graziano

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«L’in­fer­no sono gli altri.»                — Jean-Paul Sar­tre -

 di Giam­mar­co Gra­zia­no

Vivia­mo in una socie­tà in cui il caos sem­bra esse­re diven­ta­to la nor­ma­li­tà. Ma non è sol­tan­to que­sto. Sia­mo sem­pre più abi­tua­ti a indos­sa­re una masche­ra, a mostrar­ci come indi­vi­dui invul­ne­ra­bi­li. Non nel sen­so del Supe­ruo­mo di Nie­tzsche, inte­so come ten­sio­ne al supe­ra­men­to di sé, quan­to piut­to­sto nel­la sua inter­pre­ta­zio­ne più dan­nun­zia­na: l’uomo for­te, ener­gi­co, domi­na­to­re, inca­pa­ce di mostra­re il dolo­re, con­vin­to che il pro­prio valo­re dipen­da dal­la capa­ci­tà di impor­si sugli altri.

Eppu­re que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne non può reg­ge­re per sem­pre.

Esi­sto­no momen­ti in cui le masche­re cado­no. Istan­ti in cui riaf­fio­ra quel­la doman­da silen­zio­sa che acco­mu­na mol­ti esse­ri uma­ni: sarò abba­stan­za? È in quei momen­ti che il sen­so di ina­de­gua­tez­za emer­ge con tut­ta la sua for­za, ricor­dan­do­ci quan­to fra­gi­le sia l’immagine che costruia­mo di noi stes­si.

Per alcu­ni quel vuo­to vie­ne col­ma­to dagli affet­ti, dal­la fami­glia, da rela­zio­ni auten­ti­che capa­ci di offri­re soste­gno e rico­no­sci­men­to. Per altri, inve­ce, que­sto non acca­de. Anzi, tal­vol­ta è pro­prio l’istituzione fami­lia­re a mostra­re le pro­prie fra­gi­li­tà, inca­pa­ce di for­ni­re gli stru­men­ti neces­sa­ri per affron­ta­re un mon­do che misu­ra il valo­re del­le per­so­ne qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so il suc­ces­so, la per­for­man­ce e l’apparenza.

Sant’Agostino riflet­te­va sul­la costan­te ten­sio­ne dell’uomo tra il bene e il male. Oggi, accan­to a quel­la rifles­sio­ne, pos­sia­mo osser­va­re anche la nostra natu­ra bio­lo­gi­ca: sia­mo ani­ma­li socia­li, ma anche esse­ri capa­ci di com­pe­ti­zio­ne. La sto­ria dell’umanità è spes­so sta­ta rac­con­ta­ta come la vit­to­ria di chi emer­ge, di chi con­qui­sta spa­zio, di chi pre­va­le.

Eppu­re que­sta non è l’unica sto­ria pos­si­bi­le.

Se l’etologia ci mostra la com­pe­ti­zio­ne come una com­po­nen­te del­la vita, l’antropologia e la filo­so­fia ci ricor­da che l’essere uma­no è, pri­ma di tut­to, rela­zio­ne. Ari­sto­te­le lo defi­ni­va zoon poli­ti­kon, un ani­ma­le socia­le, desti­na­to a rea­liz­zar­si nel­la comu­ni­tà e attra­ver­so gli altri. La coo­pe­ra­zio­ne non è un limi­te del­la nostra natu­ra: ne rap­pre­sen­ta una del­le sue espres­sio­ni più alte.

For­se è pro­prio que­sta dimen­sio­ne che oggi rischia­mo di per­de­re.

Sem­pre più per­so­ne vivo­no ai mar­gi­ni sen­za aver scel­to di star­ci. Sono pre­sen­ti: lavo­ra­no, par­te­ci­pa­no, con­di­vi­do­no gli stes­si spa­zi, ma resta­no invi­si­bi­li. Non per­ché man­chi­no di valo­re, ben­sì per­ché non cor­ri­spon­do­no ai model­li che la socie­tà con­si­de­ra vin­cen­ti.

José Sara­ma­go, in Ceci­tà, lo rac­con­ta con straor­di­na­ria luci­di­tà: la vera ceci­tà non con­si­ste nel per­de­re la vista, ma nell’incapacità di rico­no­sce­re l’altro. Chi era cie­co den­tro lo rima­ne anche quan­do tor­na a vede­re.

È for­se que­sta la for­ma più pro­fon­da del vuo­to che ci cir­con­da: non la soli­tu­di­ne in sé, ma l’indifferenza. Quel con­fi­ne invi­si­bi­le che sepa­ra chi vie­ne rico­no­sciu­to da chi, pur facen­do par­te del grup­po, con­ti­nua a esser­ne esclu­so.

Il rischio è che il vuo­to non sia più sol­tan­to una con­di­zio­ne indi­vi­dua­le, ma diven­ti il trat­to distin­ti­vo di un’epoca, la nostra epo­ca: un tem­po popo­la­to di per­so­ne e sem­pre più pove­ro di rela­zio­ni auten­ti­che.

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