Nel 2026, ancora il Pride?

Nel 2026, ancora il Pride?

26/06/2026 0 Di Giammarco Graziano

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«L’a­mo­re che non osa pro­nun­cia­re il suo nome»

di Giam­mar­co Gra­zia­no

Così Oscar Wil­de defi­nì il sen­ti­men­to che lo lega­va a Lord Alfred Dou­glas. Non era un amo­re diver­so dagli altri. Era sem­pli­ce­men­te un amo­re che la socie­tà del suo tem­po rite­ne­va col­pe­vo­le. Per que­sto non pote­va esse­re pro­nun­cia­to.

Da allo­ra sono tra­scor­si più di cen­t’an­ni. Le leg­gi sono cam­bia­te. Le socie­tà si sono evo­lu­te. Eppu­re, ogni giu­gno, tor­na la stes­sa doman­da: ser­ve anco­ra il Pri­de?

La rispo­sta, pur­trop­po, arri­va pri­ma anco­ra del dibat­ti­to. Arri­va dal­la cro­na­ca.

La vicen­da di Mir­ko e di sua madre Kety ci con­se­gna una tra­ge­dia che va oltre le respon­sa­bi­li­tà pena­li. È una sto­ria che rac­con­ta il peso del­le paro­le, del­le con­vin­zio­ni e di una cul­tu­ra che, anco­ra oggi, può tra­sfor­ma­re l’i­den­ti­tà di un figlio in una col­pa.

«Meglio un figlio mor­to che gay»

Che que­sta fra­se sia sta­ta pro­nun­cia­ta o meno nel­le for­me ripor­ta­te, resta il fat­to che è diven­ta­ta cre­di­bi­le agli occhi del­l’o­pi­nio­ne pub­bli­ca. Ed è for­se que­sto l’a­spet­to più inquie­tan­te. Per­ché una socie­tà con­si­de­ra plau­si­bi­le solo ciò che, in qual­che misu­ra, con­ti­nua ad abi­ta­re il pro­prio imma­gi­na­rio.

La vio­len­za non ini­zia quan­do si impu­gna un’ar­ma. Comin­cia mol­to pri­ma.

Comin­cia quan­do si inse­gna che esi­ste un solo modo legit­ti­mo di ama­re. Quan­do si cre­sce cre­den­do che la nor­ma­li­tà sia una linea sot­ti­le den­tro la qua­le alcu­ni pos­so­no vive­re e altri devo­no giu­sti­fi­car­si. La let­te­ra­tu­ra, inve­ce, ci rac­con­ta altro. Il poe­ta lati­no Tibul­lo, nel­le ele­gie dedi­ca­te al gio­va­ne Mara­to, descri­ve un amo­re che tra­vol­ge, che con­su­ma, che ren­de fra­gi­li. Un sen­ti­men­to che non chie­de il per­mes­so di esi­ste­re e che attra­ver­sa il tem­po ben pri­ma del­le cate­go­rie moder­ne. L’a­mo­re, nel­la sto­ria del­l’uo­mo, non è mai sta­to ordi­na­to. È sem­pre sta­to più gran­de del­le con­ven­zio­ni che han­no cer­ca­to di con­te­ner­lo.

For­se è pro­prio que­sto che dimen­ti­chia­mo: con­fon­dia­mo trop­po spes­so la tra­di­zio­ne con la veri­tà.

Eppu­re la filo­so­fia ci ricor­da che ciò che una socie­tà con­si­de­ra “natu­ra­le” cam­bia con­ti­nua­men­te. Cam­bia­no le leg­gi, cam­bia­no i costu­mi, cam­bia­no per­fi­no le paro­le con cui descri­via­mo il mon­do. Ciò che resta, inve­ce, è la digni­tà del­la per­so­na. Per que­sto non amo il ver­bo accet­ta­re.

Accet­ta­re signi­fi­ca “tol­le­ra­re” qual­co­sa che, in fon­do, con­ti­nua a sem­brar­ci sba­glia­to. Una per­so­na non si accet­ta. Un figlio non si accet­ta. La si rico­no­sce nel­la sua uni­ci­tà, sen­za pre­ten­de­re che cor­ri­spon­da all’im­ma­gi­ne che ave­va­mo costrui­to sull’altro par­ten­do da noi.

Il filo­so­fo libe­ra­le J. S. Mill lo ricor­da­va con paro­le anco­ra attua­li: «Su se stes­so, sul pro­prio cor­po e sul­la pro­pria men­te, l’in­di­vi­duo è sovra­no». Ma se Mill ci ricor­da il valo­re del­la liber­tà indi­vi­dua­le, Jung spie­ga­va come den­tro ognu­no di noi si sedi­men­ti­no imma­gi­ni e con­vin­zio­ni ere­di­ta­te dal­la col­let­ti­vi­tà, spes­so così pro­fon­de da sem­brar­ci natu­ra­li.

For­se è pro­prio que­sto il com­pi­to del Pri­de. Non con­vin­ce­re. Far riflet­te­re.

Ricor­dar­ci che mol­te del­le nostre cer­tez­ze non sono eter­ne, ma cul­tu­ra­li. Che ciò che oggi chia­mia­mo “nor­ma­li­tà” è spes­so sol­tan­to l’a­bi­tu­di­ne con cui osser­via­mo il mon­do. Il Pri­de, allo­ra, non cele­bra una dif­fe­ren­za. Cele­bra una liber­tà.

La liber­tà di non dover sce­glie­re tra esse­re se stes­si ed esse­re ama­ti.

Per­ché nes­su­no dovreb­be cre­sce­re con il timo­re che la sin­ce­ri­tà pos­sa costar­gli l’af­fet­to del­la pro­pria fami­glia o dell’amico. Per­ché dichia­ra­re il pro­prio amo­re non dovreb­be mai esse­re moti­vo di ver­go­gna. Nes­su­no tro­va scan­da­lo­so che un ragaz­zo dichia­ri i pro­pri sen­ti­men­ti a una ragaz­za, o vice­ver­sa. Per­ché dovreb­be esser­lo quan­do cam­bia il gene­re del­la per­so­na ama­ta?

E se anco­ra oggi un ragaz­zo ha pau­ra di dire chi ama; se una madre deve difen­de­re il dirit­to del pro­prio figlio a vive­re sen­za nascon­der­si; se una tra­ge­dia come quel­la di Mir­ko e Kety rie­sce anco­ra a rac­con­ta­re così bene le fra­gi­li­tà del­la nostra socie­tà, allo­ra la doman­da non è se il Pri­de ser­va anco­ra.

La doman­da è un’al­tra:

Come può una socie­tà defi­nir­si dav­ve­ro libe­ra se, nel 2026, esi­ste anco­ra qual­cu­no costret­to a chie­de­re il per­mes­so di esse­re se stes­so?

Per­ché la sto­ria ci inse­gna che ciò che una gene­ra­zio­ne con­si­de­ra natu­ra­le è spes­so ciò che quel­la suc­ces­si­va fati­ca a com­pren­de­re. E sarà pro­prio il giu­di­zio del­la sto­ria, più anco­ra del­le nostre con­vin­zio­ni, a dir­ci da che par­te sta­va­mo.

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