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Nel 2026, ancora il Pride?
26/06/2026Questo articolo è stato letto 382 volte!
«L’amore che non osa pronunciare il suo nome»
di Giammarco Graziano
Così Oscar Wilde definì il sentimento che lo legava a Lord Alfred Douglas. Non era un amore diverso dagli altri. Era semplicemente un amore che la società del suo tempo riteneva colpevole. Per questo non poteva essere pronunciato.
Da allora sono trascorsi più di cent’anni. Le leggi sono cambiate. Le società si sono evolute. Eppure, ogni giugno, torna la stessa domanda: serve ancora il Pride?
La risposta, purtroppo, arriva prima ancora del dibattito. Arriva dalla cronaca.
La vicenda di Mirko e di sua madre Kety ci consegna una tragedia che va oltre le responsabilità penali. È una storia che racconta il peso delle parole, delle convinzioni e di una cultura che, ancora oggi, può trasformare l’identità di un figlio in una colpa.
«Meglio un figlio morto che gay»
Che questa frase sia stata pronunciata o meno nelle forme riportate, resta il fatto che è diventata credibile agli occhi dell’opinione pubblica. Ed è forse questo l’aspetto più inquietante. Perché una società considera plausibile solo ciò che, in qualche misura, continua ad abitare il proprio immaginario.
La violenza non inizia quando si impugna un’arma. Comincia molto prima.
Comincia quando si insegna che esiste un solo modo legittimo di amare. Quando si cresce credendo che la normalità sia una linea sottile dentro la quale alcuni possono vivere e altri devono giustificarsi. La letteratura, invece, ci racconta altro. Il poeta latino Tibullo, nelle elegie dedicate al giovane Marato, descrive un amore che travolge, che consuma, che rende fragili. Un sentimento che non chiede il permesso di esistere e che attraversa il tempo ben prima delle categorie moderne. L’amore, nella storia dell’uomo, non è mai stato ordinato. È sempre stato più grande delle convenzioni che hanno cercato di contenerlo.
Forse è proprio questo che dimentichiamo: confondiamo troppo spesso la tradizione con la verità.
Eppure la filosofia ci ricorda che ciò che una società considera “naturale” cambia continuamente. Cambiano le leggi, cambiano i costumi, cambiano perfino le parole con cui descriviamo il mondo. Ciò che resta, invece, è la dignità della persona. Per questo non amo il verbo accettare.
Accettare significa “tollerare” qualcosa che, in fondo, continua a sembrarci sbagliato. Una persona non si accetta. Un figlio non si accetta. La si riconosce nella sua unicità, senza pretendere che corrisponda all’immagine che avevamo costruito sull’altro partendo da noi.
Il filosofo liberale J. S. Mill lo ricordava con parole ancora attuali: «Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente, l’individuo è sovrano». Ma se Mill ci ricorda il valore della libertà individuale, Jung spiegava come dentro ognuno di noi si sedimentino immagini e convinzioni ereditate dalla collettività, spesso così profonde da sembrarci naturali.
Forse è proprio questo il compito del Pride. Non convincere. Far riflettere.
Ricordarci che molte delle nostre certezze non sono eterne, ma culturali. Che ciò che oggi chiamiamo “normalità” è spesso soltanto l’abitudine con cui osserviamo il mondo. Il Pride, allora, non celebra una differenza. Celebra una libertà.
La libertà di non dover scegliere tra essere se stessi ed essere amati.
Perché nessuno dovrebbe crescere con il timore che la sincerità possa costargli l’affetto della propria famiglia o dell’amico. Perché dichiarare il proprio amore non dovrebbe mai essere motivo di vergogna. Nessuno trova scandaloso che un ragazzo dichiari i propri sentimenti a una ragazza, o viceversa. Perché dovrebbe esserlo quando cambia il genere della persona amata?
E se ancora oggi un ragazzo ha paura di dire chi ama; se una madre deve difendere il diritto del proprio figlio a vivere senza nascondersi; se una tragedia come quella di Mirko e Kety riesce ancora a raccontare così bene le fragilità della nostra società, allora la domanda non è se il Pride serva ancora.
La domanda è un’altra:
Come può una società definirsi davvero libera se, nel 2026, esiste ancora qualcuno costretto a chiedere il permesso di essere se stesso?
Perché la storia ci insegna che ciò che una generazione considera naturale è spesso ciò che quella successiva fatica a comprendere. E sarà proprio il giudizio della storia, più ancora delle nostre convinzioni, a dirci da che parte stavamo.
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Giammarco, nato nel 1992, è laureato magistrale in Filosofia e insegna da circa un decennio nella scuola secondaria di primo grado. Parallelamente all’attività scolastica, svolge il ruolo di allenatore di pallavolo, occupandosi attivamente di sport sia agonistico sia amatoriale.

