Amore ed Eros

Amore ed Eros

03/06/2026 0 Di Giammarco Graziano

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“Non cono­sco feli­ci­tà più gran­de che sta­re con te tut­to il tem­po, sen­za inter­ru­zio­ne, sen­za fine.”      Franz Kaf­ka

di Giam­mar­co Gra­zia­no

Nel cor­so del­la sto­ria, l’essere uma­no ha sem­pre cer­ca­to di com­pren­de­re quel­la for­za miste­rio­sa e tota­liz­zan­te che chia­mia­mo amo­re. Filo­so­fi, poe­ti, scrit­to­ri e arti­sti han­no ten­ta­to di descri­ver­ne la natu­ra, attri­buen­do­gli il pote­re di orien­ta­re le scel­te, tra­sfor­ma­re le vite e per­fi­no dare sen­so all’esistenza.

Accan­to all’amore, tut­ta­via, vive un’altra for­za altret­tan­to poten­te: l’eros.

Nel lin­guag­gio comu­ne que­sti due ter­mi­ni ven­go­no spes­so sovrap­po­sti, qua­si fos­se­ro sino­ni­mi. Eppu­re, amo­re ed eros rap­pre­sen­ta­no dimen­sio­ni pro­fon­da­men­te dif­fe­ren­ti dell’esperienza uma­na, pur intrec­cian­do­si con­ti­nua­men­te tra loro.

L’amore coin­vol­ge la tota­li­tà dell’essere: il cor­po, cer­to, ma anche la men­te, la memo­ria, la coscien­za, la psi­che. È quel­la con­di­zio­ne capa­ce di far­ci usci­re da noi stes­si, di ren­der­ci vul­ne­ra­bi­li e, allo stes­so tem­po, incre­di­bil­men­te vivi. Nell’amore l’altro non è più un sem­pli­ce ogget­to del desi­de­rio, ma diven­ta pre­sen­za essen­zia­le, cen­tro silen­zio­so del­le nostre azio­ni e dei nostri pen­sie­ri.

La let­te­ra­tu­ra ci con­se­gna imma­gi­ni straor­di­na­rie di que­sta espe­rien­za. Dan­te attra­ver­sa sim­bo­li­ca­men­te la mor­te e l’Inferno per rag­giun­ge­re Bea­tri­ce: non sem­pli­ce figu­ra di pas­sio­ne, ma don­na ama­ta, pre­sen­za spi­ri­tua­le che illu­mi­na il cam­mi­no uma­no. In quell’amore ogni gesto, anche il più lie­ve, assu­me il valo­re di un uni­ver­so emo­ti­vo.

L’eros appar­tie­ne inve­ce a una dimen­sio­ne diver­sa. Nasce dal­la car­ne, dall’attrazione, dall’istinto, dal desi­de­rio di con­tat­to e di pos­ses­so. È l’impulso ori­gi­na­rio che ci richia­ma alla nostra natu­ra più cor­po­rea e ani­ma­le.

Per­si­no le neu­ro­scien­ze, oggi, sem­bra­no con­fer­ma­re que­sta distin­zio­ne: l’attrazione fisi­ca atti­va cir­cui­ti cere­bra­li lega­ti al pia­ce­re e alla dipen­den­za, mostran­do come il desi­de­rio pos­sa tra­sfor­mar­si in una neces­si­tà emo­ti­va e bio­lo­gi­ca dell’altro.

Eppu­re la rela­zio­ne uma­na nasce spes­so pro­prio dall’incontro di que­ste due for­ze. La cop­pia si costrui­sce nel fra­gi­le equi­li­brio tra amo­re ed eros: tra il desi­de­rio di com­pren­de­re l’altro e quel­lo di pos­se­der­ne la vici­nan­za; tra la tene­rez­za e la pas­sio­ne; tra il biso­gno di cura e quel­lo di con­tat­to.

Defi­ni­re ciò che acca­de tra due per­so­ne resta, tut­ta­via, estre­ma­men­te dif­fi­ci­le. Non sem­pre sia­mo luci­di nel­le nostre scel­te, né capa­ci di distin­gue­re con chia­rez­za il bene dall’attrazione, l’amore dal­la pas­sio­ne. Tal­vol­ta con­fon­dia­mo l’intensità del desi­de­rio con la pro­fon­di­tà del sen­ti­men­to.

L’amore ci por­ta a vive­re emo­zio­ni che sem­bra­no sfug­gi­re alla razio­na­li­tà. Pic­co­li gesti, una carez­za, una paro­la, una pre­sen­za silen­zio­sa, si impri­mo­no nel­la memo­ria come trac­ce inde­le­bi­li. La tene­rez­za, la vici­nan­za, l’empatia diven­ta­no for­me di lin­guag­gio più poten­ti di qual­sia­si discor­so.

L’amore è anche la capa­ci­tà di esser­ci, per­si­no quan­do non con­di­vi­dia­mo le scel­te dell’altro. È la volon­tà di rima­ne­re accan­to a qual­cu­no nel fal­li­men­to e nel­la scon­fit­ta, nei momen­ti di smar­ri­men­to e di fra­gi­li­tà. Esser­ci dav­ve­ro signi­fi­ca con­di­vi­de­re non sol­tan­to la gio­ia e la feli­ci­tà, ma anche quei gior­ni in cui tut­to sem­bra per­du­to e l’unica for­ma pos­si­bi­le di amo­re diven­ta la pre­sen­za.

Ma l’amore pos­sie­de anche una dimen­sio­ne fra­gi­le: può con­dur­ci a smar­ri­re noi stes­si, a fare nostra la sof­fe­ren­za dell’altro fino a dimen­ti­ca­re il con­fi­ne tra con­di­vi­de­re un dolo­re e lasciar­se­ne tra­vol­ge­re.

Ama­re non signi­fi­ca annul­lar­si, ma impa­ra­re a esse­re luce reci­pro­ca, come un faro nel­la neb­bia.

L’eros incar­na il cor­po, così come l’amore incar­na la men­te e la dimen­sio­ne spi­ri­tua­le. Sono aspet­ti dif­fe­ren­ti del­la stes­sa espe­rien­za uma­na, nei qua­li con­vi­vo­no ani­ma­li­tà e uma­ni­tà, istin­to e coscien­za.

L’amore ci fa guar­da­re l’altro con occhi nuo­vi, qua­si con quel­lo sguar­do ‘fan­ciul­li­no’ di cui par­la­va Pasco­li: ci spin­ge a desi­de­ra­re il bene dell’altro, a rico­no­scer­ne la fra­gi­li­tà e la bel­lez­za. L’eros, inve­ce, è la for­za del­la pas­sio­ne, l’impulso che accen­de il desi­de­rio e ren­de il cor­po lin­guag­gio.

Ma allo­ra resta una doman­da ine­vi­ta­bi­le: cosa rima­ne dell’amore quan­do vie­ne pri­va­to dell’eros?

For­se un affet­to pro­fon­do. For­se una for­ma altis­si­ma di vici­nan­za. Oppu­re, in alcu­ni casi, una len­ta malin­co­nia fat­ta di assen­za, di desi­de­rio incom­piu­to, di distan­za emo­ti­va.

In un mese come que­sto, in cui ricor­re il Pri­de Month, for­se vale anco­ra di più ricor­da­re quan­to sia impor­tan­te poter vive­re libe­ra­men­te la pro­pria iden­ti­tà e i pro­pri sen­ti­men­ti.

For­se è anche per que­sto che il Pri­de Month con­ti­nua ad ave­re un signi­fi­ca­to pro­fon­do: non sol­tan­to come riven­di­ca­zio­ne di dirit­ti, ma come richia­mo uni­ver­sa­le alla liber­tà di ama­re ed esse­re ama­ti sen­za pau­ra, sen­za ver­go­gna, sen­za il biso­gno di nascon­de­re la pro­pria iden­ti­tà.

Per­ché, al di là di ogni defi­ni­zio­ne, l’essere uma­no vive costan­te­men­te sospe­so tra que­ste due dimen­sio­ni: il biso­gno di esse­re ama­to e il desi­de­rio di esse­re desi­de­ra­to. E for­se la vera dif­fi­col­tà dell’amore con­si­ste pro­prio nel riu­sci­re a custo­di­re entram­be sen­za che una fini­sca per divo­ra­re l’altra.

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