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Marino, Aversa: quali sono le opportunità di questa fase storico-politica
29/07/2026Questo articolo è stato letto 1143 volte!
Marino. Questa fase storico-politica: quali opportunità con quali protagonisti
Intervista a Maurizio Aversa, del Partito Comunista Italiano
Cosa sta accadendo?
In generale, senza voler approfondire, possiamo definire l’attuale fase storico-politica come quella che sta realizzando un differente assetto mondiale. Ci sono popoli e nazioni che vogliono scegliere il proprio destino e non accettare supinamente vecchi retaggi colonialistici, ovvero supremazie economiche di rapinatori di beni altrui: siano esse miniere o giacimenti di petrolio.
Questa risposta, sia dei singoli Stati che associati tra loro, ha fatto implodere molti dei motivi che ipocritamente hanno tenuto legata sin qui una parte del mondo, quella occidentale. Infatti oggi questa parte, che sta collassando, reagisce in due maniere: o con spirito critico e autocritico, un po’ come fa la Spagna, oppure con l’arroganza di nuovi suprematismi da giocare come fanno gli USA — con Gran Bretagna e Israele — riproponendo quello stesso schema.
In che modo tale fase può condizionare il dibattito politico, ad esempio in Italia, e concretamente nelle prossime elezioni amministrative del 2027?
Lo condiziona perché la polarizzazione dello scontro — vecchio contro nuovo, capitalismo contro socialismo — costringe artificiosamente ad aderire alla difesa dell’Occidente «cristiano» contro il comunismo. Tradotto, e basti vedere la vicenda del gas russo o del petrolio in Medio Oriente, vuol dire che la polarizzazione proposta vuole mettere insieme moderni corsari depredatori. Quindi USA, Israele e Gran Bretagna si pongono alla guida di altri alleati in questa moderna barbarie, intimando a chi non sceglie di esserci che sarà considerato nemico.
E badi bene, non è teoria. Il 16 luglio scorso — lo stesso giorno in cui noi eravamo in Piazza Farini — il segretario di Stato americano Rubio ha convocato una riunione con sessanta governi per un solo scopo: costruire una lista di organizzazioni di sinistra, genericamente etichettate come «antifa», e definirle terrorismo. Non si parla di organizzazioni armate. Si parla di gruppi politici che fanno proteste di massa: le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza, quelle contro gli arresti e le violenze dell’agenzia per l’immigrazione americana. E a dirigere l’operazione hanno messo Sebastian Gorka, un personaggio di dichiarate simpatie di estrema destra, oggi direttore per l’antiterrorismo nel Consiglio di sicurezza nazionale.
Già nel novembre 2025 quattro gruppi antifascisti europei — in Germania, in Italia, in Grecia — erano stati inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere, cioè nella stessa categoria giuridica di ISIS e al-Shabaab. Mentre i dati europei dicono che gli arresti per terrorismo di area anarchica e di sinistra sono il sei per cento del totale, e quelli per terrorismo jihadista il sessantaquattro. Si costruisce un nemico che non c’è, e si distoglie lo sguardo da quello che cresce davvero. Non esiste «il terrorismo» come categoria oggettiva: esiste il nome con cui un potere definisce il proprio nemico, per poterlo trattare fuori dalla legge ordinaria.
E l’Italia? Secondo le ricostruzioni giornalistiche, il nostro governo ha avuto un moto iniziale di imbarazzo — pare persino Tajani — e poi ha risolto mandando a quel tavolo un sottosegretario non parlamentare, con l’incarico di prendere appunti e non aprire bocca se non per i saluti. Ecco: non un rifiuto, non un’obiezione. Un silenzio operoso. Altri Paesi hanno declinato dicendo semplicemente «noi non abbiamo antifa», o «la nostra polizia non considera il terrorismo di sinistra una minaccia prioritaria». Noi no.
Ne discende che, al di là dei personaggi, e guardando al succo delle lotte dei popoli per la propria autodeterminazione — la Palestina e i palestinesi su tutti valgono come esempio — un Paese come il nostro, l’Italia, è stato da parecchio tempo annoverato tra gli Stati assenzienti, disponibili, obbedienti a USA, Israele e Gran Bretagna.
E vede, questo c’entra con Marino più di quanto sembri. Perché una comunità che si abitua a considerare «estremista» chi protesta, poi si abitua anche a considerare normale che nessuno protesti per il cemento, per i laghi, per il proprio quartiere.
E come entra il confronto elettorale amministrativo in questo?
Arriva per l’ambiguità di parecchie forze politiche: non-risposte ai propri elettori, non-trasparenza circa i propri comportamenti, sia al governo che all’opposizione.
Ad esempio, è sempre più raro poter distinguere con certezza e linearità la coerenza nella difesa dell’articolo 11 della Costituzione — «l’Italia ripudia la guerra» — dall’accettazione di aumentare le spese militari, e soprattutto gli armamenti, da parte di forze sia di governo che di opposizione.
Quindi la metà dei cittadini che ancora va a votare, perché dovrebbe preferire una forza invece dell’altra, se poi non c’è questa grande distanza nelle scelte di valore e in quelle fondamentali per la difesa dei diritti dei cittadini? È da qui che nasce l’astensione, non dalla pigrizia della gente.
E a Marino come si concretizza questa mancanza di coerenza?
Ad esempio con la leggerezza con cui un paio di forze di destra — entrate in consiglio comunale per rappresentare la destra, e che hanno sostenuto la giunta e il sindaco di destra — ritengono normale contribuire a creare un’alternativa col centrosinistra, il cosiddetto campo largo, proprio contro la destra.
Allo stesso modo, il centrosinistra-campo largo, quindi M5S e PD, ritiene plausibile mettere insieme una parte della destra, Lega e Forza Italia, nella propria proposta politico-amministrativa per la città.
E si noti che questi stessi consiglieri, mentre siedono a quel tavolo, chiedono al centrodestra di riaprire il proprio e di trovare un nuovo candidato sindaco. Senza mai dimettersi da nessuna parte. Il cittadino di Marino, davanti a questo, ha tutto il diritto di chiedersi: ma cos’è, esattamente, il campo largo marinese?
Quindi il Partito Comunista Italiano, partecipando alla coalizione Alternativa a sostegno di Fabio Mestici sindaco, ritiene di aver trovato dei nuovi protagonisti rispetto alla svolta di cui dite necessita la città?
Non esattamente. Le forze che sostengono Fabio Mestici sindaco — PSI, DPL, Essere Marino, PCI — non ritengono di aver esaurito il proprio compito con questa medesima proposta.
I nuovi protagonisti a cui noi ci appelliamo, e a cui vogliamo consegnare il potere di decidere, sono esattamente quella metà che «normalmente» non partecipa più al voto. O almeno ci appelliamo alla maggior parte di loro: i giovani e gli astenuti incalliti che, nel momento di un rischio di ulteriore assalto alla Costituzione e a regole di valore basilari, come per l’ultimo referendum, hanno deciso di uscire dal non-voto e si sono recati alle urne.
Ecco, questa parte di cittadini, giovani e meno giovani, ovvero una rappresentanza di loro, si è mostrata interessata alla genuinità della nostra proposta Alternativa. Moltissimi non-attivisti, ma persone disposte ad ascoltare le nostre motivazioni, hanno già contribuito al piccolo successo di Piazza Farini piena nel giorno più caldo dell’estate. Di questo li ringraziamo, perché ci consente di confermare che il nostro indirizzo è giusto, oltre che coerente.
Ciò non toglie che alcuni elementi di programma che state delineando potrebbero essere positivamente confrontati con alcune cose dette e diffuse, secondo proprie modalità, dal centrosinistra-campo largo di PD e M5S. Come vi misurate con questo?
Non ci nascondiamo. In particolare noi comunisti.
Condividiamo il comportamento del candidato sindaco Fabio Mestici, che si rende disponibile al confronto pubblico con chiunque. Dico di più: è evidente che se ci fossero convergenze di programma — ad esempio sul PUCG e sull’urbanistica, così come chiaramente indicato da Mestici e da uno dei nostri protagonisti, l’architetto Rocca — la troveremmo una notizia positiva.
Al netto, come si dice in questi casi, del fatto che M5S e PD dovrebbero aiutare tutti a comprendere come abbiano positivamente assunto questa nuova linea programmatica e amministrativa. Sempre in nome della coerenza e della trasparenza: dove è la seconda che nobilita l’eventuale modifica dei comportamenti precedenti.
Ciò vuol dire che, in ipotesi, se ci fossero mutamenti programmatici di rilievo, il PCI potrebbe essere disponibile al confronto e ad accordi con PD e M5S?
C’è la nostra agenda, sia del PCI che della coalizione Alternativa, che non rinuncia al protagonismo dei giovani e degli astensionisti di cui abbiamo detto.
Allo stesso modo comprendiamo bene che, pur non avendo come obiettivo primario l’esteso elettorato di M5S e PD a Marino, questo e una parte considerevole di dirigenti e attivisti — per comprensione dialettica, quelli che potremmo definire più di sinistra, e che mal sopportano il posizionamento ambiguo di queste forze sui temi generali ma anche a Marino — potrebbero essere interessati a verificare le nostre intenzioni.
Ebbene, costoro devono sapere che, se riuscissero a tenere testa alle proprie strutture sovraordinate, magari senza farsi prendere in giro come è accaduto nel caso di Albano, non ci sono ragioni per non accogliere il sostegno che potrebbe venire da loro verso il candidato Fabio Mestici sindaco. E se poi non riuscissero vincitori nel confronto con le proprie strutture, in nome del profilo programmatico detto e della linearità della nostra proposta politico-amministrativa, saremmo lieti di accoglierli a sostenere la coalizione Alternativa per Fabio Mestici sindaco.
Ma questo modo di proporre le cose per le amministrative 2027 vale a Marino, o potrebbe valere anche in modo più generale?
Al momento non mi sento di «dare la linea» per tutte le amministrative del Lazio, a cominciare da Roma. Una cosa però è certa: mentre a Washington si compilavano liste di antifascisti, in molte città del mondo la gente andava a votare. E votava in un modo che dovrebbe far riflettere.
A New York ha vinto Mamdani. A Seattle Katie Wilson, un’organizzatrice sindacale che non aveva mai ricoperto una carica elettiva, ha battuto il sindaco uscente per poche centinaia di voti. A Copenaghen i socialdemocratici hanno perso la città dopo oltre un secolo, e per la prima volta dal 1938 il sindaco non è dei loro, mentre la sinistra rossoverde è il primo partito della capitale danese. A Manchester i Verdi hanno preso il trentasette per cento diventando la prima opposizione; a Londra hanno conquistato due municipi.
Cosa hanno in comune queste esperienze? Nessuna è nata da un accordo di vertice. Sono nate da programmi chiari — case, trasporti, salari, ambiente — e da gente che al voto non ci andava più. È il contrario esatto dei balletti dei «posizionamenti» e di chi debba spegnere l’ultimo cerino: roba vecchia, con la quale il PCI non vuole più avere a che fare.
Se, come diciamo e crediamo, la situazione generale è talmente rovinosa e drammatica, non occorre il semplice «serrate le fila col più forte al momento». No: la giusta parola d’ordine è serrate le fila con chi porta chiarezza programmatica e trasparenza politica.
E qui torniamo a Marino, che poi è il punto. Perché tutto questo non è esotismo: è esattamente la nostra situazione. Da una parte una destra che governa la città e non sa più tenere insieme nemmeno se stessa. Dall’altra un campo largo che, pur di fare numero, si siede al tavolo con i consiglieri usciti da Lega e Forza Italia. E in mezzo la metà dei marinesi che non vota più, perché non vede differenze.
Quella metà si convince solo con la chiarezza. Consumo di suolo zero e un altro PUCG. I laghi che si abbassano e nessuno che alzi la voce. Il centro storico medievale più grande dei Castelli ridotto a deposito. Le frazioni — Santa Maria delle Mole, le Frattocchie, Cava dei Selci, la Castelluccia — dove vive la maggioranza della città e dove il Comune non c’è. Contratti dignitosi per chi lavora nella Multiservizi. Una Sagra che torni a essere programma di comunità per dodici mesi e non un evento appaltato.
Il PCI lo fa: guardando ai temi generali della pace e del lavoro, e con la consapevolezza che è dai territori, in questo caso dai comuni e dalle amministrative, che si può svolgere quel ruolo concreto che vede i comunisti coadiuvare i socialisti nel disegno più grande della costruzione di una moderna società socialista.
Del resto Mamdani, a New York, lo sta dimostrando. E il 16 luglio Piazza Farini era piena.
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