Tradizione o futuro?

Tradizione o futuro?

28/05/2026 0 Di Giammarco Graziano

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“Non si può inse­gna­re nul­la a nes­su­no; si può solo sti­mo­lar­lo a pen­sa­re.”
— Socra­te

di Giam­mar­co Gra­zia­no

Ci sono espres­sio­ni che, a for­za di esse­re ripe­tu­te, fini­sco­no per tra­sfor­mar­si in leg­gi non scrit­te.

Una di que­ste è: “Abbia­mo sem­pre fat­to così.”
È una fra­se appa­ren­te­men­te inno­cua, qua­si ras­si­cu­ran­te. Eppu­re den­tro quel­le quat­tro paro­le si nascon­de spes­so il più gran­de nemi­co del cam­bia­men­to.

Vivia­mo in un Pae­se che sem­bra guar­da­re al futu­ro con pru­den­za, quan­do non con sospet­to. Un Pae­se in cui i gio­va­ni ven­go­no cele­bra­ti nei discor­si pub­bli­ci ma rara­men­te ascol­ta­ti dav­ve­ro; in cui si invo­ca l’innovazione, sal­vo poi pre­ten­de­re che tut­to resti immu­ta­to.

For­se que­sta sen­sa­zio­ne è anco­ra più for­te per chi, come me, ha supe­ra­to da poco i trent’anni: trop­po adul­to per esse­re defi­ni­to “ragaz­zo”, trop­po gio­va­ne per esse­re con­si­de­ra­to dav­ve­ro “uomo” secon­do cer­te logi­che socia­li e pro­fes­sio­na­li. Una ter­ra di mez­zo nel­la qua­le ci si accor­ge che, più dell’età, con­ta l’anzianità. E che spes­so l’esperienza vie­ne tra­sfor­ma­ta da valo­re in dog­ma.

In mol­ti ambien­ti lavo­ra­ti­vi ita­lia­ni sem­bra esi­ste­re una gerar­chia invi­si­bi­le: ai più gio­va­ni si chie­de obbe­dien­za, qua­si un atto di fede nei con­fron­ti di chi “ha più anni di car­rie­ra”. Ai nuo­vi arri­va­ti si doman­da­no com­pe­ten­ze, fles­si­bi­li­tà, aggior­na­men­to con­ti­nuo, capa­ci­tà rela­zio­na­li, crea­ti­vi­tà, padro­nan­za tec­no­lo­gi­ca. Ai vete­ra­ni, inve­ce, mol­to vie­ne per­do­na­to in nome del tem­po tra­scor­so.

Tut­ta­via dovreb­be esse­re natu­ra­le il con­tra­rio: le nuo­ve gene­ra­zio­ni por­ta­no ener­gia, rapi­di­tà men­ta­le, fami­lia­ri­tà con il cam­bia­men­to; quel­le pre­ce­den­ti dovreb­be­ro offri­re espe­rien­za, equi­li­brio, memo­ria sto­ri­ca. Inno­va­zio­ne e tra­di­zio­ne non sono nemi­che: sono due for­ze che fun­zio­na­no sol­tan­to insie­me.

Mi tor­na spes­so in men­te l’immagine di Enea che fug­ge da Tro­ia por­tan­do sul­le spal­le il padre Anchi­se. È una sce­na poten­tis­si­ma: rac­con­ta amo­re, respon­sa­bi­li­tà, con­ti­nui­tà. Ma rac­con­ta anche altro. Rac­con­ta il peso del pas­sa­to. La dif­fi­col­tà di sepa­rar­si da ciò che è sta­to. L’impossibilità, per ogni gene­ra­zio­ne, di libe­rar­si com­ple­ta­men­te dall’ingerenza di quel­la pre­ce­den­te.

Il pas­sa­to è neces­sa­rio: ci defi­ni­sce, ci orien­ta, ci pro­teg­ge dagli erro­ri già com­piu­ti. Ma quan­do diven­ta un far­del­lo immo­bi­le, rischia di impe­di­re ogni pas­so avan­ti. A vol­te il vero corag­gio non è con­ser­va­re ciò che esi­ste, ma accet­ta­re il sal­to nel vuo­to. Per­ché nes­sun futu­ro nasce dal­la sem­pli­ce ripe­ti­zio­ne del pas­sa­to.

Anche Julio Vela­sco, par­lan­do di sport e lea­der­ship, ha spes­so cri­ti­ca­to l’idea dell’autorità costrui­ta sol­tan­to sull’imposizione. Un alle­na­to­re, un diri­gen­te, un edu­ca­to­re non dovreb­be limi­tar­si a tra­smet­te­re ordi­ni: dovreb­be crea­re le con­di­zio­ni affin­ché chi ha davan­ti pos­sa espri­me­re il meglio di sé. Gui­da­re non signi­fi­ca occu­pa­re spa­zio, ma gene­rar­lo negli altri.

Ed è for­se que­sto il nodo più pro­fon­do del­la que­stio­ne ita­lia­na: la dif­fi­col­tà nel lascia­re spa­zio. Non sol­tan­to spa­zio lavo­ra­ti­vo, ma cul­tu­ra­le, sim­bo­li­co, uma­no. Come se ogni nuo­va idea fos­se per­ce­pi­ta più come una minac­cia che come una pos­si­bi­li­tà.

Valo­riz­za­re qual­cu­no non signi­fi­ca sem­pli­ce­men­te con­ce­der­gli un’occasione pra­ti­ca. Signi­fi­ca rico­no­scer­gli il dirit­to di esi­ste­re con la pro­pria voce, per­si­no quan­do quel­la voce met­te in discus­sio­ne abi­tu­di­ni con­so­li­da­te. D’altronde, il mon­do non è cam­bia­to gra­zie a chi si è limi­ta­to a custo­di­re ciò che già c’era. È cam­bia­to gra­zie a chi ha avu­to il corag­gio di imma­gi­na­re ciò che anco­ra non esi­ste­va.

La vera sfi­da, oggi, non è sce­glie­re tra gio­va­ni e vec­chi.
Ma capi­re se voglia­mo con­ti­nua­re a vive­re in un Pae­se che pre­mia l’età ana­gra­fi­ca più del­le idee, oppu­re costrui­re final­men­te una socie­tà in cui espe­rien­za e inno­va­zio­ne pos­sa­no smet­te­re di com­bat­ter­si e ini­zia­re, final­men­te, a par­lar­si.

Una gui­da auten­ti­ca è, pri­ma di tut­to, qual­cu­no capa­ce di abi­ta­re la com­ples­si­tà del pro­prio tem­po. Non basta l’esperienza, così come non basta il sem­pli­ce entu­sia­smo del nuo­vo: ser­ve la capa­ci­tà di com­pren­de­re i cam­bia­men­ti, inter­pre­tar­li e assu­mer­se­ne il peso.

Esse­re gui­da signi­fi­ca allo­ra saper coniu­ga­re uma­ni­tà e deci­sio­ne. Uma­ni­tà non nel sen­so del­la debo­lez­za, ma del­la cre­di­bi­li­tà: quel­la che nasce dall’ascolto, dal­la coe­ren­za, dal­la capa­ci­tà di rico­no­sce­re il valo­re degli altri sen­za sen­tir­si minac­cia­ti. Per­ché si segue dav­ve­ro sol­tan­to chi appa­re auten­ti­co, non chi impo­ne sé stes­so attra­ver­so il ruo­lo o il sen­so del peri­co­lo e del­la minac­cia.

Ma una gui­da deve anche sce­glie­re. E ogni scel­ta, ine­vi­ta­bil­men­te, rom­pe una neu­tra­li­tà appa­ren­te: pri­vi­le­gia una dire­zio­ne, un’idea di futu­ro, una visio­ne del mon­do. Per que­sto deci­de­re richie­de corag­gio. Non il corag­gio dell’autorità che pre­ten­de obbe­dien­za, ma quel­lo di chi sa costrui­re con­sen­so attra­ver­so la fidu­cia. La radi­ce, infat­ti, di que­sto ter­mi­ne è poten­tis­si­ma, risie­de nell’antica “Fides” lati­na. Nel com­pie­re l’atto più vero: affi­dar­si a qual­cun altro.

In fon­do, è pro­prio qui che si misu­ra la distan­za tra un siste­ma che con­ser­va sé stes­so e uno che inve­ce pro­va a cre­sce­re: nel­la capa­ci­tà di chi gui­da e di non chie­de­re alle nuo­ve gene­ra­zio­ni sol­tan­to di adat­tar­si al pas­sa­to o ad esse­re mera “mano d’opera”, ma di con­tri­bui­re a imma­gi­na­re un futu­ro che anco­ra non esi­ste ma che, è pos­si­bi­le imma­gi­na­re solo attra­ver­so gli occhi di chi ha il pote­re di sogna­re tut­to ciò che anco­ra è pos­si­bi­le.

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