Tutto pronto a Parma per la presentazione del progetto “Allenàti per vincere ‑Inclusione e Competizione.…
Roma. La Nazionale ha fallito? Mattioli: No, è più grave. E’ l’assenza di valori la nostra tragedia!
02/04/2026Questo articolo è stato letto 800 volte!

In queste ore, con lo schifo della guerra — rischio terza guerra mondiale -, con veri e propri terremoti politici in ogni parte del globo: USA e Italia su tutti, nel nostro Paese tiene banco la sconfitta calcistica che annulla la possibilità di partecipazione ai mondiali prossimi per la nazionale italiana.
Allora, anche se riconosciamo lo scettro etico-morale ad altre tragiche emergenze quotidiane fatte di bombardamenti e morti, vite annullate, riteniamo di dover intervenire anche sulla vicenda, all’apparenza secondaria, della questione calcio. E così scopriamo, ad esempio, che mentre nelle alte (o altre?) sfere il dibattito/scontro/mercato parapolitico è sulle caselle da riempire (Tizio invece che Caio, Sempronio che è più gradito al potere politico o dei soldi o di tutte e due…ecc); c’è una’altra parte dell’Italia sportiva che alternativamente, concretamente e quotidianamente costruisce altro anche in questo/i campo/i. Per questo, abbiamo chiesto ad un operatore dello sport di base, ad un protagonista di tante ripartenze nello sport popolare praticato in Italia, nello specifico, partito da Borghesiana, ora a Roma e nel Lazio, il mister pallavolista Eros Mattioli, di darci questa differente visione sulla vicenda della Nazionale di calcio. Mattioli ha risposto producendo questa riflessione pubblica che mettiamo in rete integralmente:

Nazionali e nazionale: le Sconfitte e la sconfitta.
Proprio in queste ore che la nazionale di calcio è stata sconfitta dalla Bosnia nella finale dei playoff per accedere al Mondiale americano, ho visto un documentario sulla storia della nostra nazionale di Rugby.
Mi è venuta subito in mente una frase scritta dalla maestra elementare Rosaria Gasparro che ha messo uno splendido cappello alla vera citazione finale di Pasolini:
“Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…
A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco. Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…”

Questa citazione, elogio della sconfitta, si adatta benissimo alla storia della nazionale di Rugby del nostro paese, che per decenni ha subito sonore sconfitte. Cadere nella polvere e rialzarsi è diventato un mantra. Come l’utopia di Galeano, che serve a non smettere di camminare, così generazioni di atleti hanno insistito nonostante tutto. Sconfitte da oltre 40 punti, sberleffi dei francesi e delle altre nazioni nobili del rugby.
La sconfitta come rincorsa verso qualcosa di grande. Il percorso più importante della meta.
Un testimone che è passato di mano in mano, da generazione a generazione, il valore della sconfitta è invece proprio il motivo per il quale la nazionale di Rugby è entrata nel 6 nazioni. E sarà il motivo per il quale, prima o poi, questa nazionale il 6 nazioni lo vincerà. Non può essere che così, se si ha questa perseveranza.
Nel documentario (disponibile su Raiplay al link https://www.raiplay.it/programmi/80minuti) tutto questo percorso è racchiuso nel commosso ricordo di Massimo Giovanelli del suo discorso ai compagni di squadra prima dello storico esordio azzurro nel Torneo del 6 Nazioni, giocata allo Stadio Flaminio di Roma contro la Scozia, e cioè i detentori del trofeo. Era il 5 febbraio del 2000, l’Italia vinse incredibilmente per 34 a 20.
Recitava più o meno così: “Oggi vinceremo non solo per noi ma per tutte le generazioni di rugbisti che ci hanno preceduto e per Ivan Francescato (giocatore simbolo prematuramente scomparso qualche mese prima).
Oltre a consigliare a tutti la visione, posso solamente certificare che oltre alla disciplina che ho sempre praticato, la pallavolo, ci sono altri sport che Gravina definisce “dilettantistici” dai quali avrebbe tanto da imparare. Sarebbe secondo Gravina “dilettantistico” uno sport come il rugby, nel quale da decenni generazioni di uomini della palla ovale si allenano in maniera forsennata solamente per essere invitati a giocare il 6 nazioni.

Cosa significa Professionistico o Dilettantistico?
Meramente chi pratica una disciplina sportiva come propria attività lavorativa principale, oppure chi si allena ogni giorno in maniera feroce per raggiungere un obiettivo di eccellenza, a prescindere dal livello nel quale gioca? Quello del rugby italiano è solamente un esempio di estremo attaccamento alla maglia azzurra, ma da pallavolista potrei citare anche Julio Velasco, fuggito dalla dittatura militare Argentina, che ha vinto tutto o quasi con la nazionale maschile, che prima di lui non aveva collezionato solo un argento mondiale e poco altro e che proprio qualche giorno fa ha chiuso definitivamente la porta della nazionale alle atlete che avevano rifiutato la nazionale femminile mesi fa. Atlete fortissime.
Prima i valori: la Nazionale italiana non si rifiuta, chi lo fa ha la porta chiusa per sempre. Uno che con questa mentalità e questi valori ha vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi ed il Mondiale.
Valori, appunto. Sicuramente quelli che non esprime Gravina, la FIGC e la Lega Calcio, che sono i veri “dilettanti” del mondo dello sport insieme ai calciatori italiani che hanno sghignazzano di fronte alla vittoria della Bosnia ai rigori con il Galles.

“Nella mia vita ho sbagliato più di 9.000 tiri, ho perso quasi 300 partite, 26 volte mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”
Ci fosse una cultura sportiva nel mondo del calcio, questa frase di Micheal Jordan sarebbe appesa in ogni scuola calcio.
Cultura sportiva, educazione, rispetto dell’avversario.
Invece ancora oggi, dopo il fallimento delle qualificazioni ai mondiali dobbiamo sentir parlare di Consiglio Federale, di idiozie quali Professionismo e Dilettantismo, invece di ascoltare l’unica parola per ora degna: DIMISSIONI.

Related Images:
Un operatore dell’informazione. Un attivista culturale impegnato a diffondere le buone pratiche che aumentano ed estendono la fruizione del miglior bene immateriale di cui l’umanità dispone: il sapere, la conoscenza, la cultura. Questo il mio intimo a cui mi ispiro e la mia veste “giornalistica”. Professionalmente provengo da esperienze “strutturate” come sono gli Uffici Stampa pesanti: La Lega delle Cooperative, Botteghe Oscure. Ma anche esperienze di primo impatto: Italia Radio; e il mondo delle Rassegne Stampa cooperativa DIRE, Diretel, Rastel, Telpress. Per la carta stampata oltre una esperienza “in proprio” come direttore scientifico della rivista “Vini del Lazio”, ho collaborato con Paese Sera, con L’Unità, con Oggi Castelli.

