Violenza donne, Tiso(Accademia IC): “Contrastare vittimizzazione secondaria”

Violenza donne, Tiso(Accademia IC): “Contrastare vittimizzazione secondaria”

24/11/2025 0 Di Marco Montini

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Vio­len­za don­ne, Tiso(Accademia IC): “Con­tra­sta­re vit­ti­miz­za­zio­ne secon­da­ria”

“La vio­len­za con­tro le don­ne non si mani­fe­sta solo attra­ver­so col­pi, minac­ce o abu­si fisi­ci. Esi­ste una for­ma di vio­len­za più silen­zio­sa, ma altret­tan­to distrut­ti­va: la vio­len­za del­le paro­le. Insul­ti, giu­di­zi, dub­bi insi­nua­ti e com­men­ti col­pe­vo­liz­zan­ti diven­ta­no stru­men­ti di una secon­da aggres­sio­ne, cono­sciu­ta come vit­ti­miz­za­zio­ne secon­da­ria. Quest’ultima si veri­fi­ca quan­do una don­na, dopo aver subi­to vio­len­za, anzi­ché esse­re accol­ta, ascol­ta­ta e pro­tet­ta, vie­ne mes­sa in discus­sio­ne da chi dovreb­be soste­ner­la. Fra­si come: “Per­ché non te ne sei anda­ta pri­ma?”; “Sei sicu­ra di non aver­lo pro­vo­ca­to?”; Non sem­bra­va un tipo vio­len­to…” non sono sem­pli­ci doman­de, ma vere e pro­prie for­me di giu­di­zio che spo­sta­no la respon­sa­bi­li­tà dal­la per­so­na che ha com­mes­so la vio­len­za alla per­so­na che l’ha subi­ta. Dun­que, quan­do il rac­con­to di una don­na vie­ne mini­miz­za­to, dubi­ta­to o ridi­co­liz­za­to, si raf­for­za una cul­tu­ra che legit­ti­ma la vio­len­za e ali­men­ta il silen­zio. Mol­te don­ne, temen­do di non esse­re cre­du­te, scel­go­no di non denun­cia­re, rima­nen­do intrap­po­la­te in situa­zio­ni di peri­co­lo. La vio­len­za ver­ba­le è spes­so sot­to­va­lu­ta­ta per­ché non lascia segni visi­bi­li, ma pro­du­ce cica­tri­ci inte­rio­ri: sen­so di col­pa, ver­go­gna, pau­ra, per­di­ta di fidu­cia in sé e negli altri. La vit­ti­miz­za­zio­ne secon­da­ria, infat­ti può esse­re deva­stan­te. Rivi­ve­re il trau­ma attra­ver­so inter­ro­ga­to­ri inva­si­vi o com­men­ti col­pe­vo­liz­zan­ti può por­ta­re a: ansia e depres­sio­ne, stress post-trau­ma­ti­co. iso­la­men­to socia­le, sfi­du­cia nel­le isti­tu­zio­ni La don­na non solo subi­sce la vio­len­za, ma vie­ne costret­ta a difen­de­re la pro­pria cre­di­bi­li­tà. Che fare? Biso­gna cam­bia­re il lin­guag­gio per cam­bia­re la cul­tu­ra. Con­tra­sta­re la vio­len­za del­le paro­le signi­fi­ca pro­muo­ve­re un lin­guag­gio rispet­to­so, empa­ti­co e respon­sa­bi­le. È un cam­bio di pro­spet­ti­va fon­da­men­ta­le per costrui­re una cul­tu­ra del­la respon­sa­bi­li­tà e del­la tute­la del­le vit­ti­me. Le isti­tu­zio­ni, i gior­na­li­sti, gli ope­ra­to­ri sani­ta­ri e cia­scun cit­ta­di­no han­no un ruo­lo atti­vo: cre­de­re alle don­ne, ascol­tar­le sen­za giu­di­zio, resti­tui­re loro digni­tà. Per­ché la vio­len­za non è solo un atto fisi­co. È anche fat­ta di sguar­di che giu­di­ca­no, doman­de che feri­sco­no, paro­le che iso­la­no. Com­bat­te­re la vit­ti­miz­za­zio­ne secon­da­ria signi­fi­ca rom­pe­re que­sto ciclo, resti­tuen­do alle don­ne uno spa­zio sicu­ro di ascol­to e rispet­to. Per­ché nes­su­na don­na dovreb­be sen­tir­si col­pe­vo­le per la vio­len­za subi­ta”.

Così, in una nota stam­pa, Car­me­la Tiso, por­ta­vo­ce nazio­na­le Acca­de­mia Ini­zia­ti­va Comu­ne e pre­si­den­te del­la asso­cia­zio­ne Ban­die­ra Bian­ca.

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