LA TERRA TROPPO PROMESSA: CAUSE DEL CONFLITTO ISRAELO-​PALESTINESE

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Due popoli con lo stesso sogno trasformato in incubo da 100 anni   -  Approfondimento del Convegno sulla Pace nel Mediterraneo di Marino           di Mauro Abate

Le coste di Israele e della Palestina si estendono per circa lo 0,6% di quelle del Mediterraneo (300 su 46.000 km), eppure il conflitto è cruciale per tutta l’area, e perdura ormai da un secolo. Vi interagiscono innumerevoli fattori etnici, religiosi, socio-​economici, geopolitici, estesi a tutto il Medioriente, il bacino del Mediterraneo, l’Europa, ed anche a nazioni assai distanti. Come suol dirsi, è un conflitto molto internazionalizzato. Per i politici è un mercato sempre aperto in cui piazzare i propri prodotti strumentali. Per gli storici è un avvincente intreccio caleidoscopico, sempre cangiante. Per i popoli coinvolti è invece un incubo senza fine di cui sono vittime e prigionieri, più che protagonisti.

C’è chi considera la data di inizio delle ostilità il 1948, anno in cui è occorsa la guerra tra Israele, che aveva appena dichiarato la sua indipendenza secondo la risoluzione di partizione della Palestina da parte delle Nazioni Unite, e gli eserciti di 5 nazioni arabe che invasero lo stato ebraico non riconoscendo né questo né la risoluzione. Il conflitto e le violenze sono tuttavia di più antica data. Nel 1917 l’impero britannico conquistò la Palestina sottraendola ai turchi, e nel 1920 nominò Alto Commissario a governarla Lord Herbert Samuel, un ebreo inglese. Egli diede il via all’immigrazione di ebrei applicando la dichiarazione Balfour del 1917, che prometteva di fare della Palestina “una casa nazionale” degli ebrei. Si trattava di ebrei europei, detti Ashkenaziti (da Ashkenaz, Germania in Yiddish, la lingua ebraica europea), per lo più dell’Est del continente. La dichiarazione era stata emessa dal Ministro degli Esteri (Foreign Secretary) Arthur James Balfour dietro pressione dei nazionalisti ebrei, nella speranza di ricevere l’appoggio dell’ebraismo internazionale all’impero britannico durante la prima guerra mondiale. Per rafforzare l’intesa, gli ebrei parteciparono a fianco degli inglesi durante la guerra con 5 brigate. Il mandato britannico sulla Palestina, conferito nel 1922 dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna, rafforzò ulteriormente questo indirizzo politico.

Herzl espone il suo programma al I congresso sionista di Basilea del 1897
Herzl espone il suo programma al I congresso mondiale sionista di Basilea, nel 1897

Il movimento nazionalista ebraico sionista era stato fondato da Theodor Herzl, e secondo il suo libro-​manifesto (Der Judenstaat, Lo Stato ebraico), pianificava di rifondare una nazione per gli ebrei, discriminati e oggetto di aggressioni in tutto il mondo, nell’agognata antica terra degli avi, la Terra Promessa della Bibbia. I sionisti pensavano di risolvere così la bimillenaria “questione ebraica”, cioè la condizione di sofferenza e discriminazione vissuta dal popolo ebraico da quando era stato costretto a lasciare la stessa terra nel 136 d.c.. C’era stata allora una terza grande rivolta degli ebrei all’occupazione di Roma, da loro considerata una potenza pagana, che voleva imporrre il culto della divinità dell’imperatore in luogo di quella del Dio unico della Bibbia. La rivolta era stata repressa dopo una sanguinosa guerra dalle legioni dell’imperatore Adriano. Circa mezzo milione di ebrei fu ucciso o morì di stenti, un’altra parte fu ridotta in schiavitù, ed un’altra parte lasciò una regione in completa rovina. Rimase in loco solo un piccolo nucleo di ebrei, che riuscì a sopravvivere nei millenni, anche con l’ingresso saltuario di pellegrini correligionari.

Adriano, un filo-​ellenista, cambiò infine anche il nome della provincia romana, da Iudaea (cioè Giudea, nome derivante dal Regno ebraico di Judah) in Syria-​Palaestina, emulando l’antico nome, menzionato anche nella Bibbia, della zona costiera (corrispondente all’attuale striscia di Gaza) in cui stanziarono i Filistei, un’antica popolazione greca nemica degli ebrei, e già allora scomparsa da molto tempo. Successivamente la regione passò sotto il dominio dell’impero romano d’oriente. Poi gli arabi la conquistarono nel 636 d.c. e mantennero il nome romano, cambiandolo leggermente in Filastin poiché nell’alfabeto arabo non esiste la lettera “p”, che è abitualmente sostituita dalla “f”. La terra passò sotto controllo degli Ottomani nel 1516, che mantennero lo stesso nome, e fu infine conquistata come detto dal Regno Unito nel 1917, che la chiamò Palestine.

Immigrati coloni ebrei fondano il moshav (villaggio) Nahalal in Galilea, 1921
Coloni ebrei fondano la comunità agricola Nahalal in Galilea, 1921

Gli ebrei tuttavia giurarono di ritornare e di ricostruire la loro nazione, mantenendo il voto anno dopo anno, generazione dopo generazione. Col passare dei secoli il voto si era affievolito, quando la feroce persecuzione loro inflitta nella seconda metà dell’800, specialmente nell’Europa dell’Est, fece ritornare in auge l’antica promessa. Per questo motivo, già alcune migliaia di ebrei avevano iniziato a colonizzare la Palestina nella seconda parte dell’800, motivati da spirito di redenzione dell’antica patria. Questi coloni (olim, in ebraico) a differenza di quelli europei nel Mediterraneo, fondavano delle comunità agricole di ispirazione socialista (moshav, kibbutz), per ritrovare l’antica cultura ebraica dedita alla terra e all’agricoltura. Fecero crescere numericamente la comunità di ebrei rimasta in Terra Santa sin dai tempi antichi.

Israel Zangwill, leader del JTO. Era un difensore degli oppressi, dei diritti delle donne, e lo scrittore che ha inventato la espressione "Melting Pot" ad indicare l'unione e la fratellanza tra i popoli.
Israel Zangwill, leader del JTO, difensore degli oppressi, dei diritti delle donne e della fratellanza tra i popoli.

Esisteva anche un altro movimento nazionalista ebraico, chiamato “territoriale” (Jewish Territorial Organization — JTO), con leader Israel Zangwill. Egli riteneva che anche se la popolazione araba in Palestina non era organizzata con i caratteri di una nazione (posseduti invece dagli ebrei), e versava in condizioni di arretratezza per la decadenza dell’impero ottomano, la fondazione di uno stato ebraico con la presenza di altro popolo etnicamente differente avrebbe portato ad una situazione conflittuale. Il JTO pertanto accettava di costruire lo stato ebraico in altre parti spopolate del mondo (furono considerate Cirenaica, Uganda, Kenia, Canada e altre allora remote regioni).

Tuttavia i nazionalisti sionisti, che erano la grande maggioranza del popolo ebraico, agognavano come patria solo la Terra Promessa, dove si era compiuta la loro storia, e dove si erano formate la loro identità, religione e lingua. Consideravano la popolazione palestinese locale poco evoluta, non molto numerosa, e comunque disposta ad accettare di buon grado di fare parte di uno stato ebraico, in previsione del suo elevato grado di sviluppo socio-​economico. Svilupparono una retorica secondo la quale la Palestina era una “Terra senza popolo per il popolo senza terra”, e ritenevano di avere in ogni caso “diritti storici” sulla terra, da loro chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele), o per brevità Eretz, a cui non erano disposti a rinunciare. Boicottarono attivamente l’anzidetto JTO,  costringendolo a sciogliersi. Sia pure inizialmente rispettosi della risoluzione di partizione delle Nazioni Unite del 1947, manifestarono negli ulteriori sviluppi di coltivare in realtà un “esclusivismo” su tutta la terra, parallelo del resto a quello da sempre avuto dagli arabi palestinesi. Lo scontro fu inevitabile, sempre più esteso e violentissimo, proprio come aveva previsto Zangwill.

La popolazione araba della Palestina infatti, legittimamente dal proprio punto di vista, riteneva che gli immigrati ebrei non appartenevano a quello che considerava il proprio Paese, e non volle mai riconoscere in ogni caso il loro antico legame con la terra. Si sentì inoltre tradita poiché l’impero britannico in un precedente carteggio del 1915 tra il generale inglese MacMahon e Hussein, futuro re dell’Hejaz (l’attuale Arabia Saudita), pur non menzionando la Palestina esplicitamente, avrebbe lasciato intendere tra le righe la promessa che avrebbe fatto parte del regno di Hussein se gli arabi avessero aiutato il Regno Unito nella lotta contro i turchi. Purtroppo la Terra Santa è stata la Terra troppo Promessa, come vedremo anche in seguito. Gli arabi combatterono duramente e furono essenziali per la conquista del Medioriente da parte del Regno Unito, che però negò che la Palestina fosse stata inclusa nell’accordo. Gli arabi si ribellarono a quelle che ritenevano un’usurpazione ed una colonizzazione indebite con una serie di sommosse nel 1920, 1921, 1929, e 1936–1939.

In conseguenza della reazione degli arabi, e della previsione di grandi futuri interessi nel mondo arabo, il Regno Unito cambiò la propria posizione nel 1939, pubblicando il Libro Bianco, in cui si impegnava a limitare l’immigrazione ebraica nei successivi 5 anni, e prometteva di istituire una nazione a maggioranza araba entro 10 anni. Gli arabi sarebbero stati due terzi degli abitanti, e non vi sarebbe stata una partizione. Nello stesso anno scoppiò però la II guerra mondiale, che portò all’Olocausto degli ebrei. Come è scritto più avanti, questo cambiò di nuovo tutto, e portò all’indirizzo definitivo.

Funerale di un ebreo ucciso nei moti del 1929
Funerale di un ebreo ucciso nei moti del 1929

Ritornando alle prime reazioni degli arabi, i tumulti iniziarono nel 1929, in cui purtroppo gli arabi palestinesi si accanirono uccidendo la popolazione ebraica anticamente stanziata a Hebron e a Gerusalemme. Gli ebrei reagirono, e alla fine si contarono 133 morti ebrei e 116 arabi. L’esercito inglese colpevolmente non intervenne e lasciò fare.

Le violenze dei palestinesi contro gli immigrati ebrei e la comunità degli ebrei di Palestina (lo Yishuv, in ebraico) si estesero presto alle altre comunità ebraiche della diaspora nei Paesi arabi (Galut, in ebraico). Queste comunità si erano insediate sia prima delle conquiste islamiche, sia in seguito alla cacciata degli ebrei dalla Spagna da parte della regina cattolica Isabella nel 1492. L’impero ottomano li aveva accolti, fiutando il grandissimo affare. Popolò infatti le città degli immensi territori arabi che aveva conquistato, economicamente depressi, con artigiani, commercianti, medici e filosofi ebrei, tra i migliori del tempo. Nacquero così le comunità degli ebrei sefarditi (dall’ebraico Sefarat, Spagna), detti anche orientali. Le violenze contro queste comunità furono dei pogrom di efferata crudeltà, sempre più gravi, specialmente nel 1945, con centinaia di morti in ogni terra araba. Si ripeterono anche nel 1948 e 1967. Masse inferocite di musulmani, istigate da estremisti, uccisero uomini, donne (anche incinte) e bambini, bruciando case, sinagoghe e attività produttive. Ancora una volta l’esercito britannico occupante non intervenne, lavandosene le mani.

Rifugiati ebrei libici partiti dalla Libia sbarcano a Haifa, nel 1947

L’insediamento ebraico in Palestina, ancora non indipendente, inviò segretamente istruttori militari per addestrare le minoranze ebraiche a difendersi, ed organizzò efficacemente anche la loro fuga in Palestina, in modo da crescere esso stesso di numero e di forza. Del resto, questi profughi nei decenni precedenti avevano in grande parte aderito alla causa sionista, conoscevano meglio l’ebraico degli ebrei europei, e nutrivano uno struggente desiderio di ritornare nella terra degli avi per farla rifiorire, condizione necessaria per l’avvento del Messia atteso dalla loro religione. Il ritorno è chiamato dagli ebrei sionisti (che sono la maggioranza degli ebrei) Aliyà, che significa salita, in quanto eleva, cioè nobilita la loro condizione.

Questa migrazione ha profonde implicazioni nel conflitto e di conseguenza nel processo di pace. Infatti, dal punto di vista degli ebrei, le loro minoranze furono costrette a fuggire dai Paesi arabi dopo millenni di convivenza, lasciando i loro beni e attività economiche spesso fiorenti, per cui reclamano i loro diritti di cittadini di quei Paesi, e compensazioni per i beni perduti.

I profughi ebrei non si comportarono in modo univoco. Come è regola costante nella storia di Israele, i poveri e nullatenenti trovarono rifugio nello stato ebraico, mentre quelli più benestanti emigrarono verso i Paesi occidentali. Ad es. dei circa 38.000 ebrei libici, oltre 30.000 si rifugiarono in Israele. Oggi i loro discendenti sono circa 100.000, e molti tra loro sono imprenditori e ufficiali di alto grado dell’esercito. I benestanti, circa 6.000, si sistemarono in maggioranza a Roma, dove costituiscono una parte essenziale della comunità ebraica romana, la più intraprendente a livello religioso ed economico, e capace di creare migliaia di posti di lavoro.

palestinian_refugees-1948
Profughi palestinesi in fuga dalla Palestina durante la guerra del 1948

Anche i palestinesi hanno subito inaudite discriminazioni, violenze ed una politica di deportazione dalle loro terre da parte dei nazionalisti ebraici. Specialmente responsabili furono formazioni quali l’Irgun e la Banda Stern, considerate terroriste dallo stesso Congresso Mondiale del Sionismo e dall’Agenzia Ebraica. L’Irgun è sorto proprio in conseguenza dei moti del 1929, e ha gradualmente intensificato le sue azioni. Nel 1948 è stato responsabile del massacro di centinaia di palestinesi a Deir Yassin, quale parte di una strategia di terrore volta a farli abbandonare le loro terre e le loro proprietà, assegnate in poco tempo ad immigrati ebrei.

Secondo la visione strategica dei sionisti più estremisti, poiché gli arabi palestinesi, contrariamente a quanto assunto inizialmente, non avrebbero mai acconsentito alla creazione di uno stato ebraico, era necessario allora agire con rappresaglie ad ogni loro attacco, come misura di dissuasione e deterrenza. Con il tempo, vista l’energica reazione araba, gli estremisti iniziarono a pianificare operazioni terroristiche contro i palestinesi per indurli a lasciare la loro terra. Gradualmente la dirigenza degli ebrei prima, e il governo israeliano poi, specialmente durante la guerra del 1948–1949, pur ufficialmente condannandone le azioni, in realtà non solo lasciarono fare gli estremisti dell’Irgun, ma ne condivisero la strategia, divenendone complici. Unità dell’esercito regolare, agli ordini del prominente generale Dayan, parteciparono infatti a queste campagne aggressive volte ad incutere terrore e a fare fuggire la popolazione palestinese. D’altra parte, anche gli eserciti arabi quando attaccarono Israele per  porvi fine nella guerra del 1948 allontanarono dalla Cisgiordania la popolazione ebraica che vi si era insediata.

Il risultato di queste violenze e deportazioni da ambo i lati fu che 880.000 ebrei arabi dovettero lasciare i Paesi arabi, e 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire dalla Palestina. Per gli ebrei arabi l’ennesima violenta cacciata coincise tuttavia con l’agognato ritorno nella terra degli avi. Essi si aggiunsero alle centinaia di migliaia di ebrei europei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti dopo l’Olocausto, o che comunque a quel punto non volevano più vivere in Europa, ma solo in uno stato ebraico nella loro antica terra.

Ė stato comunque l’Olocausto subito dagli ebrei europei a scuotere finalmente le coscienze e a fare comprendere all’opinione pubblica internazionale, e ai governi delle Nazioni Unite, la necessità per gli ebrei di avere una propria patria. Nel 1939 il Regno Unito aveva cambiato linea politica, e con il Libro Bianco aveva stabilito che non più di 75.000 ebrei sarebbero potuti migrare in Palestina nei 5 anni successivi, e che entro 10 anni essa sarebbe divenuta un Paese a maggioranza araba, senza peraltro partizioni. Il Regno Unito, nazione civilissima, si imbarcò nella prima guerra mondiale in un’espansione del suo impero, e con la sua politica abituale di buon senso e di opportunità, anche a favore dei propri sudditi, si fece invischiare in dinamiche storiche più grandi e complesse di quanto non avesse preventivato. Laddove l’Altissimo secondo la Bibbia promise la Terra Santa solo agli ebrei, il Regno Unito riuscì a prometterla sia agli ebrei con la dichiarazione di Balfour, sia agli arabi con il Libro Bianco, venendo alla fine odiato da entrambi. La Terra Santa, come detto, è stata la Terra troppo Promessa.

Il Mufti di Gerusalemme El Husseini incontra l'alleato Hitler.
Il Grande Mufti di Gerusalemme El Husseini incontra l’alleato Hitler.

La seconda guerra mondiale e l’Olocausto cambiarono tutto. Nella guerra gli ebrei, nonostante il Libro Bianco, si schierarono con il Regno Unito, partecipando ai combattimenti anche per la liberazione d’Italia contro i nazifascisti con la Brigata Ebraica, forte di 5000 uomini. Il leader degli arabi palestinesi, il Mufti di Gerusalemme Al-​Husseini, si schierò invece con la Germania nazista, potenza che sembrava inarrestabile e che additava come nemici gli ebrei. Era pertanto un alleato utile, anche per il comune odio verso gli ebrei. Il Mufti commise un errore di grande significato politico e morale, che non rende giustizia al popolo palestinese, nel suo complesso tra i più tolleranti del mondo arabo e del medioriente. Dopo la guerra la richiesta degli ebrei di avere un proprio stato in Terra Santa originava ancora controversie, ma alla maggioranza delle nazioni parve l’unico luogo in cui comunque si erano insediati con un’organizzazione nazionale, ed altresì parve legittimo che avessero un rifugio sicuro dopo migliaia di anni di violenze perpetrate contro di essi. Si giunse quindi al voto favorevole delle Nazioni Unite alla partizione della Palestina in due stati, ebraico ed arabo, nel 1947. Fu dunque l’Olocausto a dare piena legittimità all’istituzione dello Stato d’Israele, più che il sionismo, e per questo gli ubiquitari nemici degli ebrei — perché soprattutto nemici della loro religione e della loro cultura — tentano di negare che sia mai avvenuto.

Per i palestinesi la guerra che insieme a cinque stati arabi mossero contro Israele in seguito alla risoluzione di partizione della Nazioni Unite in difesa di quello che da oltre mille anni era la loro terra risultò invece nella Nakba, la catastrofe, cioè la perdita di sovranità di grandi parti del loro Paese, e la vita o sotto occupazione o in esilio, che li ha visti vivere per decenni, spesso fino ai giorni nostri, in derelitti campi profughi negli altri Paesi arabi, molti dei quali non li hanno aiutati, temendone la crescita di peso politico sia all’interno delle loro nazioni, sia in generale, perché da sempre hanno delle proprie mire di annettersi la Palestina e di non concederle l’indipendenza.

Esiste quindi una grande questione internazionale nel conflitto, oltre quella della legittimità e dei confini degli stati dei due popoli: quella del diritto al ritorno dei profughi nelle loro terre, o alla loro compensazione. I pochi ebrei che sono ritornati nei Paesi arabi anche solo per vedere le case e i luoghi in cui vissero spesso hanno subito tentativi di linciaggio, o sono stati arrestati quali “spie” di Israele. Solo in Tunisia ed in Marocco i pochi ebrei rimasti non corrono pericoli imminenti.

Profughi palestinesi lasciano la Palestina mentre passano il ponte sul Giordano, nel 1967
Profughi palestinesi lasciano la Palestina attraverso il ponte sul Giordano, nel 1967

Israele d’altro lato nega ai palestinesi fuggiti o che ha fatto fuggire, e ai loro discendenti, ogni possibilità di ritorno, fortemente agognato (El aouda, in arabo). In Israele comunque i palestinesi rimasti, definiti arabi israeliani, sono circa 1,7 milioni o il 21% della popolazione, e godono formalmente degli stessi diritti degli ebrei israeliani. Sono comunque svantaggiati, in quanto pur essendo teoricamente il Paese bilingue, nei posti di lavoro e nelle posizioni migliori il sistema privilegia la lingua ebraica, facendo sentire gli arabi israeliani dei cittadini di seconda serie. Una minoranza degli arabi israeliani comuque considera Israele il proprio Paese, ed un’altro gruppo, più corposo, invece vi si oppone, come i palestinesi della diaspora.

Dal 1948 ad oggi sono continuate le violenze da ambo le parti, su scala maggiore, attraverso numerose guerre o forme di lotta (come l’Intifada). Si sono creati così muri di odio e incomprensione tra i popoli e le rispettive culture. A riguardo, una complicazione è che nel Corano, per i musulmani libro scritto da Dio ed immutabile, sono proferite da Maometto pesanti offese ed accuse agli ebrei, che sono profondamente radicate nella psiche delle masse arabe. Inoltre nei detti e negli esempi della vita di Maometto (i Hadith) è scritto che gli ebrei devono essere uccisi. Il profeta stesso trucidò intere tribù ebraiche che non vollero convertirsi all’Islam nella penisola arabica, dove, basandosi sui suoi Hadith, viene negato nell’intero territorio ad ebrei e cristiani la professione della loro fede fino ai giorni nostri. D’altro lato la maggioranza degli ebrei israeliani diffidano degli arabi israeliani, e nei territori occupati hanno sviluppato un sistema di separazione dai palestinesi, di fatto una segregazione (in ebraico Hafradah), che insieme con la durezza dell’occupazione li marginalizza ed aliena nella loro stessa terra.

Tel Aviv, per gli israeliani simbolo del loro successo
Tel Aviv, per gli israeliani la città simbolo del loro successo.

Si è generata così una delle più formidabili concentrazioni di odio tra due popoli nella storia, ed un’infinità di problemi che richiederà un lungo percorso di ravvicinamento con molti passi, sia culturali ma anche politici ed economici, per giungere infine alla pace. Per la maggioranza dei palestinesi e degli arabi, nonostante le dichiarazioni ufficiali di circostanza di accettare l’esistenza di due stati per i due popoli, la pace tuttavia non sarà mai possibile, mirano all’eliminazione di Israele, nella migliore delle ipotesi per istituire un unico stato in cui ebrei ed arabi convivono, oppure per istituire un solo stato arabo. La situazione creatasi nei territori occupati acuisce le tensioni ed allontana le possibilità di raggiungere un accordo di pace.

Silwan, un immenso quartiere palestinese di Gerusalemme Est, sotto occupazione, che genera povertà: un altro mondo rispetto alle sviluppate città israeliane.

Gli arabi confidano nel concetto di profondità strategica, cioè nel numero preponderante delle masse arabe e musulmane, delle loro terre, e delle loro risorse, per vincere alla fine il conflitto, anche tra molti decenni, regolando vecchi conti e chiudendo la partita con il popolo e la religione ebraica, considerati nemici storici. Gli israeliani ne sono consapevoli, e per questo i falchi d’Israele aumentano a loro volta localmente la profondità strategica su tutta la Palestina, con nuovi insediamenti, non volendo ritornare i territori occupati, alimentando così ulteriormente il circolo vizioso dell’odio e della Guerra.

Riusciranno palestinesi ed israeliani a convivere responsabilmente?
Riusciranno palestinesi ed israeliani a convivere responsabilmente?

Risolvere questo conflitto richiederà una completa revisione mentale e culturale nel modo di affrontarlo di tutte le parti in causa, anche delle potenze regionali e delle superpotenze che da sempre ambiscono ad avere un ruolo nell’area e specialmente nella terra contesa, che agisce da cerniera tra tre continenti. Anche gli intellettuali, i movimenti politici e qualsiasi centro di formazione di cultura, specie in Europa, dovranno sforzarsi di comprendere la complessità e la crudezza di tutti i fattori in gioco, evitando di adagiarsi su consueti cliché e di filtrare solo i fattori  confacenti alle proprie posizioni politiche. La speranza è che le future generazioni di israeliani e palestinesi, di arabi, musulmani ed ebrei, e nel mondo intero, sappiano avere la capacità, l’ispirazione, l’onestà e il coraggio necessari.

Nel recente Convegno Internazionale sulla Pace del Mediterraneo tenutosi a Marino è stato caldeggiato un percorso per il raggiungimento della pace nel conflitto israelo-​palestinese (clicca sul link per andare all’articolo).

Se si dovesse indire un convegno di pace specifico sul conflitto, necessariamente per correttezza dovrà prevedere la presenza di rappresentanti delle due parti,  palestinesi ed israeliani.

12 pensieri riguardo “LA TERRA TROPPO PROMESSA: CAUSE DEL CONFLITTO ISRAELO-​PALESTINESE

  • 09/01/2017 in 2:39 AM
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    Un articolo ammirevole e completo sul conflitto mediorientale, sulle sue cause e sulle motivazioni dei contendenti. Apprezzo soprattutto l’equidistanza e contemporaneamente la partecipazione dell’autore. Mi piacerebbe conoscerlo per dialogare sulla materia.

  • 19/11/2016 in 8:53 PM
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    Grazie Michele T. (che conosco personalmente), sei il cittadino piu’ attento alle questioni socio-​politiche del nostro Comune, e hai la capacita’ di collegare quanto accade nella nostra societa’ con le dinamiche di ampio spettro dello scenario politico internazionale. Il Sindaco Colizza, a cui abbiamo specificatamente rivolto la domanda, ha escluso che il prossimo Convegno sulla Pace nel Mediterraneo possa riguardare il conflitto israelo-​palestinese. Gli avevamo suggerito di concentrare i lavori del convegno su un tema, molto importante o di particolare interesse. L’altro tema che gli abbiamo suggerito e’ quello delle migrazioni, e il Sindaco ha espresso la sua preferenza su di esso. Al momento e’ prematuro parlare o fare piani a riguardo. Un caro saluto.

  • 18/11/2016 in 8:13 AM
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    Situazione complicatissima e difficilissima da affrontare. E’ molto ambizioso cercare di riunire allo stesso tavolo i rappresentanti più moderati delle due comunità, affiancandoli a rappresentanti delle maggiori potenze mondiali, ma è l’unica strada percorribile per immaginare un percorso di Pace concreto e definitivo.
    Proporre nel nostro Comune, attanagliato da gravissimi problemi sociali ed economici, questi tavoli di discussione, è un risultato incredibile ed ammirevole, a dimostrazione che la Cultura ed il Sapere possono aiutare una Comunità a crescere e a migliorare.

  • 12/11/2016 in 6:46 PM
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    Bravo Mauro, un articolo profondo ed equilibrato, che segue la tua missione di mettere pace tra ebrei ed arabi. So che l’hai avuta sin da piccolo. Ti auguro di vedere la pace di questo infinito conflitto durante la tua vita.

  • 10/11/2016 in 2:31 AM
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    Gentile Segretario del PCI Aversa, sono lieto del suo costante interesse nel conflitto israelo-​palestinese. Il contenuto del suo secondo commento, su cui lei vuole che si discuti, e’ diverso tuttavia dal contenuto primario dell’articolo, e non sarebbe opportuno credo per il giornale realizzare un forum piu’ corposo dell’articolo stesso. A prescindere da cio’, pur avendo delle mie idee a riguardo, non ho competenza o poteri per poterle rispondere, in quanto sono stato solo il coordinatore prescelto del passato convegno sulla Pace nel Mediterraneo, sorto su iniziativa popolare. E’ stato un onore ed un onere per me, spero di non avere deluso nessuno, o il minore numero possibile di persone, ma e’ un’esperienza terminata. E’ prematuro parlare di una seconda edizione del convegno, non e’ detto che ci sia, ne’ che sia incentrato sul solo conflitto israelo-​palestinese, ed infine che il pubblico o le autorita’ competenti incarichino di nuovo me a coordinarlo. Per i suoi interrogativi, la invito pertanto a rivolgersi all’assessorato competente, o all’Amministrazione Comunale. Per il futuro, come dice un proverbio inglese, “attraverseremo quel ponte quando ci arriveremo”.
    Mi consenta anche di constatare, e la invito a constatare per l’onesta’ intellettuale che lei invoca, che i suoi interrogativi e critiche si inseriscono nel piu’ ampio quadro di critiche che lei rivolge, di continuo e praticamente su qualsiasi argomento, all’Amministrazione Comunale, al Movimento 5 Stelle e al Sindaco. E’ naturalmente suo buon diritto farlo, ma non credo sia corretto che lei dirotti il significato di un articolo cambiando il tema trattato dall’autore.

    Vorrei infine ricordarle che nella fitta e lunga corrispondenza che lei, quale segretario del suo partito, volle avere con me pochi giorni prima del Convegno sulla Pace nel Mediterraneo, quando non avevo il tempo neanche di dormire per organizzarlo in cosi’ poco tempo, e in cui le diedi comunque ogni piu’ ampia risposta ai suoi interrogativi, questi non erano incentrati sul tema della partecipazione all’evento, del PCI o di altre forze politiche. Le sue persistenti domande erano volte allora primariamente a trovare una cattiva gestione delle risorse pubbliche da parte dell’Amministrazione Comunale. Infatti fece domande sui presunti “molti impiegati e traduttori professionali” dedicati all’evento, mentre e’ stato realizzato da volontari che lo hanno anche in parte autofinanziato; circa presunte irregolarita’ dell’evento (che secondo lei era stato “annunciato” e poi “fatto sparire”- ?) ecc. Adesso il suo cruccio e’ la mancata partecipazione all’evento. Come spiegatole, sia prima della sua effettuazione sia dopo, e’ stato un evento internazionale che avrebbe comportato diversi mesi se non un anno di preparazione, ed averlo fatto in un mese ha condizionato praticamente tutto. Nei limiti dettati dalla la mancanza fisica di tempo, abbiamo cercato di allargare la partecipazione per quanto possibile. Sono fiducioso che in un’eventuale seconda edizione gli amministratori sapranno indire il convegno per tempo, in modo da coinvolgere quanti piu’ visuali culturali possibili di Marino. 

  • 07/11/2016 in 7:43 PM
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    Finalmente un articolo che spiega in modo completo ed oggettivo l’asprezza e gli orrori dello spinoso conflitto. La lucidità con cui sono descritti gli ostacoli alla pace lascia un senso di ottimismo per il loro superamento. Complimenti all’autore.

  • 07/11/2016 in 11:46 AM
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    Il competente e professionale dott. Abate ha svolto una replica che in questa sede — di confronto veloce — va apprezzata a prescindere per il tempo che dedica a noi e, cosa più importante, alla questione di merito. Siamo convinti sostenitori della soluzione contestuale e del diritto di Israele ad esistere. Mai stati antiisraeliani, ma critici con i governi israeliani dell’occupazione della libera Palestina. Per quanto al rimarcato tema della assemblea aperta con due appuntamenti di approvazione etc. Comprendiamo o no che se un partito invita la cittadinanza, chi non è di quel partito (in questo caso, cioè del M5S) non percepisce come davvero aperta la riunione apposita? Come se ne esce? Facile, non appena assunte tutte le decisioni che si vogliono, se interessati ad ampliare, si invitano i soggetti politici e sociali e culturali “altri” che non sono il M5S. Ciò, dott. Abate, senza recriminazione, ma per correggere in futuro, non è stato fatto e potrà essere fatto. Se lo si vorrà scegliere. Per questo, ora, dopo la replica, ritengo indispensabile che l’amministrazione, e/​o intanto lei stesso, si pronunci su quanto indicato dal PCI circa la possibilità di poter preparare insieme un eventuale prossimo appuntamento sul tema. (Credo, dal suo stile e dal suo pensiero, che lei dia per scontato che così sarà. Però, proprio perchè qui si parla di istituzioni comunque patrocinanti — come il Comune -, occorre una maggiore esplicitazione: trasparente e netta).

  • 07/11/2016 in 1:13 AM
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    Ringrazio il Segretario del PCI Aversa per le sue parole di apprezzamento dell’articolo. Se mi consente, lo inviterei a seguire le vicende non solo della questione palestinese, ma anche di quella ebraica ed israeliana. Il motivo e’ semplice: la due questioni o si risolveranno insieme, o non si risolveranno mai. Cosi’ pure la comprensione del conflitto, che non a caso si chiama israelo-​palestinese (e non genericamente “mediorientale”, come molti usano dire), richiede la conoscenza *speculare* della storia, cultura, qualita’, particolarita’, problemi, e perche’ no, anche della musica e degli aspetti gradevoli o peculiari di entrambi i popoli, che ne formano l’identita’ (e che gli studiosi moderni capiscono hanno anche una rilevanza storico-​politica). A mio avviso il piu’ grande e purtroppo abituale errore delle persone o financo degli studiosi che si avvicinano, studiano e si appassionano a questo conflitto e’ di vederlo solo secondo una visione palestinese o ebraica, e nell’ambito di queste, dalla loro angolazione politica di riferimento (a sua volta risultato dell’ambiente culturale-​politico del proprio Paese). Non si raggiunge cosi’ l’obiettivita’ storica e morale che nella valutazione di questo conflitto e’ fondamentale, e si perde il senso di cosa accada veramente, e soprattutto di cosa il conflitto voglia veramente dire per le persone e i popoli coinvolti.
    Riguardo la sua critica circa la mancanza di coralita’ nella promozione del recente Convegno Internazionale sulla Pace nel Mediterraneo, e’ stato fatto ogni sforzo nell’ambito del pochissimo tempo disponibile per organizzare l’evento. Un convegno con la ricca partecipazione di studiosi stranieri e di temi proposti come quello da poco concluso richiede normalmente non meno di 6 mesi, e qualche mese in piu’ se e’ richiesta un’attiva partecipazione delle componenti culturali del territorio, con cui occorrerebbe concordare e coordinare i vari contributi. L’idea del recente Convegno e’ stata proposta ed approvata in riunioni pubbliche a cui tutti i cittadini potevano partecipare, in due sessioni, tenute rispettivamente a Piazza Garibaldi e a Piazzale degli Eroi. Ottenuta l’approvazione e l’incarico a coordinare l’evento dall’Assesore alla Cultura, tolto agosto, mancava poco piu’ di un mese per un lavoro per cui, come detto, sono richiesti molti piu’ mesi (idealmente un anno). Una volta formato il team di organizzatori volontari (aperto, come si e’ detto), il lavoro da fare e’ stato immane. Oltre ad organizzare l’evento a livello pratico in tutti i suoi dettagli, secondo il progetto dovevano partecipare studiosi della Turchia, Grecia, Malta, Spagna, Vaticano, Italia. Questo ha comportato studiare tutte le pubblicazioni uscite negli ultimi anni di studiosi in questi Paesi, contattare accademie e giornali esteri, addetti culturali di ambasciate etc., invitando gradualmente i relatori piu’ idonei. Spesso non erano disponibili, quindi la ricerca, sia degli studi fatti, sia dei relatori disponibili, si e’ dovuta estendere sempre di piu’. Ai relatori selezionati e’ stato chiesto inoltre di preparare una relazione o pubblicazione specifica per l’evento, e per farlo e’ stato necessario consigliarli, discuterne insieme, tradurre le relazioni /​ correggerne le bozze etc. Contrariamente a tutte le previsioni, alla fine siamo riusciti a realizzare il Convegno. Per la mancanza fisica di tempo non e’ stato possibile fare altro. Per le prossime eventuali edizioni e’ sperabile che siano messi a disposizione piu’ tempo e risorse, che amplieranno le possibilita’.

  • 06/11/2016 in 5:08 PM
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    Tanta specifica e qualitativa cultura di merito, da parte del dott. Abate, merita riconoscimento e, soprattutto, ringraziamento per metterla a disposizione di lettori e cittadini. Per quanto di mia conoscenza, avendo partecipato a dirigere negli anni la “Lega dei diritti dei Popoli” e a fondare a Bari, l’Associazione per la Pace, nei cui contenuti la questione Palestinese era centrale, mi sono formato l’opinione storico politica della crucialità — ovviamente in chiave moderna e politica del problema attuale, fino ai nostri giorni — del 1948. Nulla toglie alla ricostruzione qui offerta. Concordo anche col dott. Abate nel chiedere disponibilità al Comune di Marino di offrire le condizioni per una riflessione pubblica (convegno o altra forma) con partecipanti i vari, spesso opposti purtroppo, punti di vista sulla questione Palestinese. Nel nostro piccolo, come PCI, molti cittadini ed i lettori se ne saranno accorti, abbiamo in modo continuativo seguito le vicende del popolo palestinese sia partecipando ad iniziative presso l’Ambasciata e le Associazioni di Palestina, sia invitando qui a Marino vari dirigenti. Per questo ci dichiariamo immediatamente disponibili a collaborare per lavorare ad un appuntamento pubblico. Sulla questione, infine, della preparazione del convegno svolto, seppure si potrà dimostrare — non abbiamo dubbi — che non tutti gli organizzatori erano attivisti dei cinquestelle, occorre, con definitiva onestà intellettuale su questo punto, che le modalità di promozione (meetup) è stato tale da non favorire affatto la coralità che invece Marino, la sua società, la parte viva della città è in grado di mettere a disposizione per appuntamenti così importanti. Confidando in azioni positive, restiamo a disposizione.

  • 06/11/2016 in 4:32 PM
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    Interessantissimo saggio storico sul conflitto israelo palestinese. Complimenti all’autore, e a Paconline, che, dopo l’esauriente relazione sul Convegno della Pace nel Mediterraneo, affronta il caldissimo tema della situazione mediorientale.

  • 05/11/2016 in 9:19 PM
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    Ce n’è di studio da fare, prima di affrontare simili argomenti ?
    Lo sport nazionale, nel nostro Paese, è quello di aprire bocca e dargli fiato, pensando di conoscere tutto e di avere la verità in tasca.
    La verità è che per prendere posizione, e per esprimere idee, bisogna studiare molto e prepararsi. Tanto di cappello al Dottor Abate, Professore emerito della materia, Cittadino del mondo, e Storico al servizio della Pace e dei popoli.

  • 05/11/2016 in 9:07 PM
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    Grazie al Dottor Abate per questa lezione di Storia e di Pace.

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