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LA TERRA TROPPO PROMESSA: CAUSE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

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Due popoli con lo stesso sogno trasformato in incubo da 100 anni — Approfondimento del I Convegno sulla Pace nel Mediterraneo di Marino del 2016 — di Mauro Abate /​/​ Articolo perso a causa di un virus e pubblicato nuovamente, aveva raggiunto 33.500 letture.

Le coste di Israele e della Palestina costituiscono circa lo 0,6% di quelle del Mediterraneo (300 su 46.000 km), eppure il conflitto è cruciale per tutta l’area, e dura ormai da un secolo. Vi interagiscono innumerevoli fattori etnici, religiosi, socio-​economici, geopolitici, estesi a tutto il Medioriente, il bacino del Mediterraneo, l’Europa, ed anche a nazioni assai distanti: come suol dirsi, è un conflitto molto internazionalizzato. Per i politici è un mercato strumentale sempre aperto. Per gli storici è un avvincente intreccio caleidoscopico, sempre cangiante. Per i popoli coinvolti è invece un incubo senza fine, di cui sono vittime e prigionieri, più che protagonisti.
C’è chi considera la data di inizio delle ostilità il 1948, anno in cui è occorsa la guerra tra Israele, che aveva appena dichiarato la sua indipendenza secondo la risoluzione di partizione della Palestina delle Nazioni Unite, e gli eserciti di 5 nazioni arabe che invasero lo stato ebraico non riconoscendo né questo né la risoluzione. Il conflitto e le violenze sono tuttavia di più antica data. Nel 1917 l’impero britannico conquistò la Palestina sottraendola ai turchi, e nel 1920 nominò Alto Commissario a governarla Lord Herbert Samuel, un ebreo inglese. Egli diede il via all’immigrazione di ebrei applicando la dichiarazione Balfour del 1917, che prometteva nel testo di realizzare per loro in Palestina “una casa nazionale”. Si trattava di ebrei europei, detti Ashkenaziti (da Ashkenaz, “Germania” in Yiddish, la lingua ebraica europea), per lo più dell’Est del continente. La dichiarazione era stata emessa dal Ministro degli Esteri (Foreign Secretary) Arthur James Balfour dietro pressione dei nazionalisti ebrei, nella speranza di ricevere l’appoggio dell’ebraismo internazionale all’impero britannico durante la prima guerra mondiale. Per rafforzare l’intesa, gli ebrei parteciparono a fianco degli inglesi durante la guerra con 5 brigate. Il mandato britannico sulla Palestina, conferito nel 1922 dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna, rafforzò ulteriormente questo indirizzo politico.

Basilea, 1897: Herzl espone il suo programma al I congresso mondiale sionista

Il movimento nazionalista ebraico sionista era stato fondato da Theodor Herzl, e secondo il suo libro-​manifesto (Der Judenstaat, Lo Stato ebraico), progettava di rifondare una nazione per gli ebrei, discriminati e oggetto di aggressioni in tutto il mondo, nell’agognata antica terra degli avi, la Terra Promessa della Bibbia. I sionisti pensavano di risolvere così la bimillenaria “questione ebraica”, cioè la condizione di discriminazione e persecuzione vissuta dal popolo ebraico da quando era stato costretto a lasciare la stessa terra nel 136 d.c.. C’era stata allora una terza grande rivolta degli ebrei all’occupazione di Roma, da loro considerata una potenza pagana, che voleva imporrre il culto della divinità dell’imperatore in luogo di quella del Dio unico della Bibbia. La rivolta era stata repressa dopo una sanguinosa guerra dalle legioni dell’imperatore Adriano. Circa mezzo milione di ebrei fu ucciso o morì di stenti, un’altra parte fu ridotta in schiavitù, ed un’altra parte lasciò una regione in completa rovina. Rimase in loco solo un piccolo nucleo di ebrei che riuscì a sopravvivere nei millenni, anche con l’ingresso saltuario di pellegrini correligionari.
Adriano, un filo-​ellenista, cambiò infine anche il nome della provincia romana, da Iudaea (cioè Giudea, nome derivante dal Regno ebraico di Judah) in Syria-​Palaestina, emulando l’antico nome, menzionato anche nella Bibbia, della zona costiera (corrispondente all’attuale striscia di Gaza) in cui stanziarono i Filistei, un’antica popolazione greca nemica degli ebrei, e già allora scomparsa da molto tempo. Successivamente la regione passò sotto il dominio dell’impero romano d’oriente. Poi gli arabi la conquistarono nel 636 d.c. e mantennero il nome romano, cambiandolo leggermente in Filastin poiché nell’alfabeto arabo non esiste la lettera “p”, che è abitualmente sostituita dalla lettera “f”. La terra passò sotto controllo degli Ottomani nel 1516, che mantennero lo stesso nome, e fu infine conquistata come detto dal Regno Unito nel 1917, che anglicizzò il nome latino in Palestine.
Coloni ebrei fondano la comunità agricola Nahalal in Galilea, 1921

Gli ebrei tuttavia giurarono di ritornare e di ricostruire la loro nazione, mantenendo il voto anno dopo anno, generazione dopo generazione. Col passare dei secoli il voto si era affievolito, quando la feroce persecuzione loro inflitta nella seconda metà dell’800, specialmente nell’Europa dell’Est, fece ritornare in auge l’antica promessa. Per questo motivo, già alcune migliaia di ebrei avevano iniziato a colonizzare la Palestina nella seconda parte dell’800, motivati da spirito di redenzione dell’antica patria. Questi coloni (olim, in ebraico) a differenza di quelli europei nel Mediterraneo, fondavano delle comunità agricole di ispirazione socialista (moshav, kibbutz), per ricostituire l’antica cultura ebraica dedita alla terra e all’agricoltura, lasciando le professioni commerciali a cui erano stati costretti nei secoli. Fecero così crescere numericamente la comunità di ebrei rimasta in Terra Santa sin dai tempi antichi.
Israel Zangwill, leader del JTO, difensore degli oppressi, dei diritti delle donne e della fratellanza tra i popoli.

Esisteva anche un altro movimento nazionalista ebraico, chiamato “territoriale” (Jewish Territorial Organization — JTO), con leader Israel Zangwill. Egli riteneva che anche se la popolazione araba in Palestina non era organizzata con i caratteri di una nazione (posseduti invece dagli ebrei), e versava in condizioni di arretratezza per la decadenza dell’impero ottomano, la fondazione di uno stato ebraico con la presenza di altro popolo etnicamente differente avrebbe portato ad una situazione conflittuale. Il JTO pertanto accettava di costruire lo stato ebraico in altre regioni del mondo allora remote o spopolate (furono considerate Cirenaica, Uganda, Kenia, Canada e altre ancora).
Tuttavia i nazionalisti sionisti, che erano la grande maggioranza del popolo ebraico, agognavano come patria solo la Terra Promessa, dove si era compiuta la loro storia, e dove si erano formate la loro identità, religione e lingua. Consideravano la popolazione palestinese locale poco evoluta, non molto numerosa, e comunque disposta ad accettare di buon grado di fare parte di uno stato ebraico, in previsione del suo elevato grado di sviluppo socio-​economico. Svilupparono una retorica secondo la quale la Palestina era una “Terra senza popolo per il popolo senza terra”, e ritenevano di avere in ogni caso “diritti storici” sulla terra, da loro chiamata Eretz Israel (Terra d’Israele), o per brevità Eretz, a cui non erano disposti a rinunciare. Boicottarono attivamente l’anzidetto JTO, costringendolo a sciogliersi. Sia pure inizialmente rispettosi della risoluzione di partizione delle Nazioni Unite del 1947, manifestarono negli ulteriori sviluppi di coltivare in realtà un “esclusivismo” su tutta la terra, parallelo del resto a quello da sempre avuto dagli arabi palestinesi. Lo scontro fu inevitabile, sempre più esteso e violentissimo, proprio come aveva previsto Zangwill.
Per gli arabi palestinesi infatti, legittimamente dal proprio punto di vista, gli immigrati ebrei non appartenevano a quello che consideravano il proprio Paese. Per i palestinesi inoltre gli ebrei erano solo fedeli di una religione, non costituivano un popolo. Non vollero neanche mai riconoscere il loro antico legame con la terra, che fu sminuito. Tuttora negano che sia mai esistito anticamente il Tempio di Salomone, distrutto dagli antichi romani e al cui posto fu costruita dagli arabi nel VII secolo la moschea della Cupola della Roccia.
Gli arabi si sentirono infine traditi dall’impero britannico poiché un precedente carteggio del 1915 tra il generale inglese MacMahon e Hussein, futuro re dell’Hejaz (la parte settentrionale dell’attuale Arabia Saudita), pur non menzionando la Palestina esplicitamente, avrebbe lasciato intendere tra le righe la promessa che la terra avrebbe fatto parte del regno di Hussein se gli arabi avessero aiutato il Regno Unito nella lotta contro i turchi. Purtroppo la Terra Santa è stata la Terra troppo Promessa, come vedremo anche in seguito. Gli arabi combatterono duramente e furono essenziali per la conquista del Medioriente da parte del Regno Unito, che però negò che la Palestina fosse stata inclusa nell’accordo. Gli arabi si ribellarono a quelle che ritenevano un’usurpazione ed una colonizzazione indebite con una serie di sommosse nel 1920, 1921, 1929, e 1936–1939.
In conseguenza della reazione degli arabi, e della previsione di grandi futuri interessi nel mondo arabo, il Regno Unito cambiò la propria posizione nel 1939, pubblicando il Libro Bianco, in cui si impegnava a limitare l’immigrazione ebraica nei successivi 5 anni, e a costuituire una nazione a maggioranza araba entro 10 anni. Gli arabi sarebbero stati due terzi degli abitanti, e non vi sarebbe stata una partizione. Tuttavia nello stesso anno scoppiò la II guerra mondiale, che portò all’Olocausto degli ebrei. Come è scritto più avanti, questo cambiò di nuovo tutto, e portò all’indirizzo definitivo.
Funerale di un ebreo ucciso nei moti del 1929

Ritornando alle prime reazioni degli arabi, i tumulti iniziarono nel 1929, in cui purtroppo si accanirono uccidendo la popolazione ebraica anticamente stanziata a Hebron e a Gerusalemme. Gli ebrei reagirono, e alla fine si contarono 133 morti ebrei e 116 arabi. L’esercito inglese colpevolmente non intervenne e lasciò fare.
Le violenze dei palestinesi contro gli immigrati ebrei e la comunità degli ebrei di Palestina (lo Yishuv, in ebraico) si estesero presto contro le altre comunità ebraiche della diaspora nei Paesi arabi (Galut, in ebraico). Queste comunità si erano insediate sia prima delle conquiste islamiche, sia in seguito alla cacciata degli ebrei dalla Spagna da parte della regina cattolica Isabella nel 1492. L’impero ottomano li aveva accolti, fiutando il grandissimo affare. Popolò infatti le città degli immensi territori arabi che aveva conquistato, economicamente depressi, con artigiani, commercianti, medici e filosofi ebrei, tra i migliori del tempo. Nacquero così le comunità degli ebrei sefarditi (dall’ebraico Sefarat, “Spagna”), detti anche orientali. Le violenze contro queste comunità furono dei pogrom di efferata crudeltà, sempre più gravi, specialmente nel 1945, con centinaia di morti in ogni terra araba. Si ripeterono anche nel 1948 e 1967. Masse inferocite di musulmani, istigate da estremisti, uccisero uomini, donne (anche incinte) e bambini, bruciando case, sinagoghe e attività produttive. Ancora una volta l’esercito britannico occupante non intervenne, lavandosene le mani.
Rifugiati ebrei libici partiti dalla Libia sbarcano a Haifa, nel 1947

L’insediamento ebraico in Palestina, ancora non indipendente, inviò segretamente istruttori militari per addestrare le minoranze ebraiche a difendersi, ed organizzò efficacemente anche la loro fuga in Palestina, in modo da crescere esso stesso di numero e di forza. Del resto, questi profughi nei decenni precedenti avevano in grande parte aderito alla causa sionista, conoscevano meglio l’ebraico degli ebrei europei, e nutrivano uno struggente desiderio di ritornare nella terra degli avi per farla rifiorire, condizione necessaria per l’avvento del Messia atteso dalla loro religione. Il ritorno è chiamato dagli ebrei sionisti (che sono la maggioranza degli ebrei) Aliyà, che significa salita, in quanto eleva, cioè nobilita la loro condizione.
I profughi ebrei cacciati dai territori arabi non si comportarono in modo univoco. Come è regola costante nella storia di Israele, i poveri e nullatenenti trovarono rifugio nello stato ebraico, mentre quelli più benestanti emigrarono verso i Paesi occidentali. Ad es. dei circa 38.000 ebrei libici, oltre 30.000 si rifugiarono in Israele. Oggi i loro discendenti sono oltre 100.000, e molti tra loro sono imprenditori e ufficiali di alto grado dell’esercito. I benestanti, circa 6.000, si sistemarono in maggioranza a Roma, dove costituiscono una parte essenziale della comunità ebraica romana, la più intraprendente a livello religioso ed economico, e capace di creare migliaia di posti di lavoro.
Profughi palestinesi in fuga dalla Palestina durante la guerra del 1948

Anche i palestinesi hanno subito inaudite discriminazioni, violenze ed una politica di deportazione dalle loro terre da parte dei nazionalisti ebraici. Specialmente responsabili furono formazioni quali l’Irgun e la Banda Stern, considerate terroriste dallo stesso Congresso Mondiale del Sionismo e dall’Agenzia Ebraica. L’Irgun è sorto proprio in conseguenza dei moti del 1929, e ha gradualmente intensificato le sue azioni. Nel 1948 è stato responsabile del massacro di centinaia di palestinesi a Deir Yassin, quale parte di una strategia di terrore volta a farli abbandonare le loro terre e le loro proprietà, assegnate subito dopo ad immigrati ebrei.
Secondo la visione strategica dei sionisti più estremisti, poiché gli arabi palestinesi, contrariamente a quanto da loro assunto inizialmente, non avrebbero mai acconsentito alla creazione di uno stato ebraico, era necessario allora agire con rappresaglie ad ogni loro attacco, come misura di dissuasione e deterrenza. Con il tempo, vista l’energica reazione araba, gli estremisti iniziarono a pianificare operazioni terroristiche contro i palestinesi per indurli a lasciare la loro terra. Gradualmente la dirigenza degli ebrei prima, e il governo israeliano poi, specialmente durante la guerra del 1948–1949, pur ufficialmente condannandone le azioni, in realtà non solo lasciarono fare gli estremisti dell’Irgun, ma ne condivisero la strategia, divenendone complici. Unità dell’esercito regolare, agli ordini del prominente generale Dayan, parteciparono infatti a queste campagne aggressive volte ad incutere terrore e a fare fuggire la popolazione palestinese. D’altra parte, anche gli eserciti arabi quando attaccarono Israele per porvi fine nella guerra del 1948 allontanarono dalla Cisgiordania la popolazione ebraica che vi si era insediata.
Il risultato di queste violenze e deportazioni da ambo i lati fu che 880.000 ebrei arabi dovettero lasciare i Paesi arabi, e 750.000 palestinesi furono costretti a fuggire dalla Palestina. Per gli ebrei arabi l’ennesima violenta cacciata coincise tuttavia con l’agognato ritorno nella terra degli avi. Si aggiunsero alle centinaia di migliaia di ebrei europei sfuggiti ai campi di sterminio nazisti dopo l’Olocausto, o che comunque a quel punto non volevano più vivere in Europa, ma solo in uno stato ebraico nella loro antica terra.
La forzata migrazione di ebrei dai Paesi arabi ad Israele e dei palestinesi dalla loro terra ha profonde implicazioni nel conflitto e nel processo di pace. Infatti, dal punto di vista degli ebrei, le loro minoranze furono costrette a fuggire dai Paesi arabi dopo millenni di convivenza, lasciando i loro beni e attività economiche spesso fiorenti, per cui reclamano i loro diritti di cittadini di quei Paesi, e compensazioni per i beni perduti, o in alternativa, un’equiparazione delle loro perdite con quelle sofferte dai palestinesi, per cui sostengono che vi è stata in fondo una sostituzione di popolazioni. Questa tesi non è accettata dai palestinesi, che reclamano il diritto a ritornare nelle loro terre.
Ė stato comunque l’Olocausto subíto dagli ebrei europei a scuotere finalmente le coscienze e a fare comprendere all’opinione pubblica internazionale, e ai governi delle Nazioni Unite, la necessità che gli ebrei avessero una propria patria. Infatti, nel 1939 il Regno Unito, come anzidetto, aveva cambiato linea politica, e con il Libro Bianco aveva stabilito che non più di 75.000 ebrei l’anno sarebbero potuti migrare in Palestina nei 5 anni successivi, e che entro 10 anni essa sarebbe divenuta un Paese a maggioranza araba, senza peraltro partizioni. Il Regno Unito, nazione civilissima, si era imbarcato nella prima guerra mondiale in un’espansione del suo impero, ma per la sua abituale politica di creare opportunità a favore dei propri sudditi, e di operare con buon senso, si invischiò in dinamiche storiche più grandi e complesse di quanto non avesse preventivato. Laddove l’Altissimo secondo la Bibbia promise la Terra Santa solo agli ebrei, il Regno Unito riuscì a prometterla sia agli ebrei con la dichiarazione di Balfour, sia agli arabi con il Libro Bianco, e prima ancora nelle pieghe del carteggio tra il generale MacMahon e Hussein lasciò intravedere agli arabi che la terra era a loro destinata. La Terra Santa, come detto, è stata la Terra troppo Promessa. Come risultato, il Regno Unito fu odiato sia dagli arabi che dagli ebrei.
Il Grande Mufti di Gerusalemme El Husseini incontra l’alleato Hitler.

La seconda guerra mondiale e l’Olocausto cambiarono tutto. Nella guerra gli ebrei, nonostante il Libro Bianco, si schierarono con il Regno Unito, partecipando ai combattimenti anche per la liberazione d’Italia dai nazifascisti con la Brigata Ebraica, forte di 5000 uomini. Il leader degli arabi palestinesi, il Mufti di Gerusalemme Al-​Husseini, si schierò invece con la Germania nazista, potenza che sembrava inarrestabile e che additava come nemici gli ebrei. Era pertanto un alleato utile, anche per il comune odio verso gli ebrei. Il Mufti commise un errore di grande significato politico e morale, che non rende giustizia al popolo palestinese, nel suo complesso tra i più tolleranti del mondo arabo e del medioriente. Dopo la guerra la richiesta degli ebrei di avere un proprio stato in Terra Santa originava ancora controversie, ma alla maggioranza delle nazioni parve l’unico luogo in cui comunque si erano insediati con un’organizzazione nazionale, ed altresì parve legittimo che avessero un rifugio sicuro dopo migliaia di anni di violenze di ogni tipo perpetrate contro di essi. Si giunse quindi al voto favorevole delle Nazioni Unite per la partizione della Palestina in due stati, ebraico ed arabo, nel 1947. Fu dunque l’Olocausto a dare piena legittimità all’istituzione dello Stato d’Israele, più che il sionismo, e per questo gli ubiquitari nemici degli ebrei — perché soprattutto nemici della loro religione e della loro cultura — tentano di negare che sia mai avvenuto.
Per i palestinesi la guerra che insieme a cinque stati arabi mossero contro Israele in seguito alla risoluzione di partizione della Nazioni Unite in difesa di quello che da oltre mille anni era la loro terra risultò invece nella Nakba, la catastrofe, cioè la perdita di sovranità di grandi parti del loro Paese, e la vita o sotto occupazione o in esilio, che li ha visti vivere per decenni, spesso fino ai giorni nostri, in derelitti campi profughi negli altri Paesi arabi, molti dei quali non li hanno aiutati, sia temendone la crescita di peso politico sia all’interno delle loro nazioni, sia perché da sempre hanno delle proprie mire di annettersi la Palestina e di non concederle l’indipendenza.
Esiste quindi una grande questione internazionale nel conflitto, oltre quella della legittimità e dei confini degli stati dei due popoli: quella del diritto al ritorno dei profughi nelle loro terre, o alla loro compensazione. I pochi ebrei che sono ritornati nei Paesi arabi anche solo per vedere le case e i luoghi in cui vissero spesso hanno subito tentativi di linciaggio, o sono stati arrestati quali “spie” di Israele. Solo in Tunisia ed in Marocco i pochi ebrei rimasti non corrono pericoli imminenti.
Profughi palestinesi lasciano la Palestina attraverso il ponte sul Giordano, nel 1967
Israele d’altro lato nega ai palestinesi fuggiti o che ha fatto fuggire, e ai loro discendenti, ogni possibilità di ritorno, fortemente agognato (“El aouda”, in arabo). In Israele comunque i palestinesi rimasti, definiti arabi israeliani, sono circa 1,7 milioni o il 21% della popolazione, e godono formalmente degli stessi diritti degli ebrei israeliani. Sono comunque svantaggiati, in quanto pur essendo teoricamente il Paese bilingue, nei posti di lavoro e nelle posizioni migliori il sistema privilegia la lingua ebraica, facendo sentire gli arabi israeliani dei cittadini di seconda serie. Una minoranza degli arabi israeliani comuque considera Israele il proprio Paese, mentre un’altro gruppo, più corposo, invece vi si oppone, come i palestinesi della diaspora.
Dal 1948 ad oggi sono continuate le violenze da ambo le parti, su scala maggiore, attraverso numerose guerre o lotte (come l’Intifada), che hanno creato muri di odio e di incomprensione tra i popoli e le loro culture. A riguardo, una complicazione è che nel Corano, per i musulmani libro scritto da Dio ed immutabile, sono proferite da Maometto pesanti offese ed accuse agli ebrei, che sono profondamente radicate nella psiche delle masse arabe. Inoltre nei detti e negli esempi della vita di Maometto (i Hadith) è scritto che gli ebrei devono essere uccisi. Il profeta stesso trucidò intere tribù ebraiche che non vollero convertirsi all’Islam nella penisola arabica, dove, basandosi sui suoi Hadith, viene negato nell’intero territorio ad ebrei e cristiani la professione della loro fede fino ai giorni nostri. D’altro lato la maggioranza degli ebrei israeliani diffidano degli arabi israeliani, e nei territori occupati hanno sviluppato un sistema di separazione dai palestinesi, di fatto una segregazione (in ebraico “Hafradah”), che insieme alla durezza dell’occupazione li marginalizza ed aliena nella loro stessa terra.
Tel Aviv, per gli israeliani la città simbolo del loro successo.

Si è generata così una delle più formidabili concentrazioni di odio tra due popoli nella storia, ed un’infinità di problemi che richiederà un lungo percorso di ravvicinamento con molti passi, sia culturali ma anche politici ed economici, per giungere infine alla pace. Per la maggioranza dei palestinesi e degli arabi, nonostante le dichiarazioni ufficiali di circostanza di accettare l’esistenza di due stati per i due popoli, la pace tuttavia non sarà mai possibile, mirano all’eliminazione di Israele, nella migliore delle ipotesi per istituire un unico stato in cui ebrei ed arabi convivono, oppure per istituire un solo stato arabo con l’espulsione degli ebrei. La situazione creatasi nei territori occupati acuisce le tensioni ed allontana le possibilità di raggiungere un accordo di pace.
Silwan, un immenso quartiere palestinese di Gerusalemme Est, sotto occupazione, che genera povertà: un altro mondo rispetto alle sviluppate città israeliane.

Gli arabi confidano nel concetto di profondità strategica, cioè nel numero preponderante delle masse arabe e musulmane, delle loro terre, e delle loro risorse, per vincere alla fine il conflitto, anche tra molti decenni, regolando vecchi conti e chiudendo la partita con il popolo e la religione ebraica, considerati nemici storici. Gli israeliani ne sono consapevoli, e per questo i falchi d’Israele aumentano a loro volta localmente la profondità strategica su tutta la Palestina, con nuovi insediamenti, non volendo ritornare i territori occupati, alimentando così ulteriormente il circolo vizioso dell’odio e della guerra.
Riusciranno palestinesi ed israeliani a convivere responsabilmente?
Risolvere questo conflitto richiederà una completa revisione mentale e culturale nel modo di affrontarlo di tutte le parti in causa, anche delle potenze regionali e delle superpotenze che da sempre ambiscono ad avere un ruolo nell’area e specialmente nella terra contesa, che agisce da cerniera tra tre continenti. Anche gli intellettuali, i movimenti politici democaratici e qualsiasi centro di formazione di cultura, specie in Europa, dovranno sforzarsi di comprendere la complessità e la crudezza di tutti i fattori in gioco, evitando di adagiarsi su consueti cliché e di filtrare solo i fattori confacenti alle proprie posizioni politiche. La speranza è che le future generazioni di israeliani e palestinesi, di arabi, musulmani ed ebrei, e nel mondo intero, sappiano avere la capacità, l’ispirazione, l’onestà e il coraggio necessari.
Nel recente Convegno Internazionale sulla Pace del Mediterraneo tenutosi a Marino è stato caldeggiato un percorso per il raggiungimento della pace nel conflitto israelo-​palestinese (clicca sul link per andare all’articolo).
Se si dovesse indire un convegno di pace specifico sul conflitto, necessariamente per correttezza dovrà prevedere la presenza di rappresentanti delle due parti, palestinesi ed israeliani.
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8 thoughts on “LA TERRA TROPPO PROMESSA: CAUSE DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE”

  1. Complimenti a PACONLINE per avere ospitato questo interessantissimo articolo sul conflitto tra israeliani e palestinesi. Mette insieme con obiettività tutti i pezzi dell’inestricabile puzzle storico che va avanti da un secolo. E getta pure uno sguardo lucido sul futuro.

  2. La speranza che nasca un leader illuminato che sappia convogliare le energie e le menti verso un percorso di reciproco riconoscimento e di riflessione sulle proprie “chiusure” ed i propri pregiudizi religiosi e culturali, appare l’unica soluzione, per quanto assai remota. Come sarà possibile superare questa realtà dominata da fattori di pessimismo ?
    Grazie al Dottor Abate per le sue risposte sempre puntuali e profonde.

  3. Grazie Michele T., sempre molto attento ai rapporti tra i popoli e alle tematiche della pace nel Mediterraneo. Concordo con la sua opinione, tranne su un punto. Le superpotenze mondiali in Medio Oriente, e specialmente nel conflitto israelo-​palestinese, hanno meno peso di quanto si creda. Naturalmente tentano di plasmare secondo i loro interessi il quadro strategico e le parti in conflitto. Tuttavia, sono queste ultime il piu’ delle volte a usare e manovrare le potenze in funzione delle loro strategie, e con piu’ successo. Ad es., un errore assai frequente in certi ambiti della sinistra italiana e’ credere che Israele faccia parte dell’espansionismo occidentale. Proprio al contrario, il sionismo rappresenta l’anelito profondo della maggioranza degli ebrei di rifondare la propria cultura nazionale ad Oriente, dove appartengono. Cio’ e’ espresso molto chiaramente nell’inno nazionale di Israele, “Ha-​tikva”, ossia “La speranza”. Il sionismo usa alcune prerogative dell’Occidente per realizzare questo fine. Lo stesso fanno i palestinesi con altri “sponsor” con interessi nell’area geopolitica.
    Il conflitto in realta’ e’ alimentato, come detto in un altro articolo riguardo il convegno sulla pace nel Mediterraneo, dalla convinzione dei sionisti di destra che la Terra Santa appartenga esclusivamente agli ebrei, e che sia il solo luogo dove potranno svolgere i compiti loro assegnati da Dio, anche con l’avvento di un futuro Messia. Essi accettano il diritto dei palestinesi a risiedere, purche’riconoscano che la terra sia appannaggio della nazione di Israele. D’altro lato, in modo speculare c’e’ un uguale se non piu’ forte convinzione purtroppo della maggioranza dei palestinesi, che vi hanno stanziato per almeno 1300 anni, che la Palestina sia esclusivamente loro, e che gli ebrei siano indebiti invasori che devono solamente fare i bagagli ed andarsene. Non riconoscono neanche il retaggio storico-​religioso degli ebrei, ad es. non credono che dove c’e’ ora la spianata delle moschee vi fosse anticamente il tempio di Salomone.
    Soprattutto influiscono fattori religiosi e culturali. Gli ebrei — con sopresa dei cristiani — nella loro visione di Dio si sentono in maggioranza piu’ vicini all’Islam che al cristianesimo. E lo stesso dicasi dei musulmani nei confronti dell’ebraismo. Tuttavia gli ebrei diffidano profondamente dei musulmani e degli arabi. D’altro lato, i musulmani riflettono le infelici parole scritte nel Corano (per i musulmani parola di Dio), secondo il quale gli ebrei sono dei “ratti mutati”, “lacche’ del diavolo”, di cui “non bisogna essere amici” (insieme ai cristiani), e provano non solo diffidenza ma anche profondo odio verso di essi, percependoli come nemici storici.
    Infine, per i musulmani ogni terra da loro conquistata appartiene al Waqf, cioe’ al fondo (di possedimenti) islamico, e come tale non puo’ piu’ essere restituito o riconquistato da altri, per cui e’ loro dovere lottare per riconquistare l’intera Palestina.
    Queste sono le forze motrici del conflitto, oltre che naturalmente le infinite questioni reali e pratiche della contesa da parte dei due popoli della stessa terra e delle stesse risorse, con conseguenze assai crude e funeste. Il conflitto puo’ terminare o con l’eliminazione completa di uno dei due popoli contendenti, che porterebbe ad ulteriore odio e alla ripetizione del confront da li’ a qualche tempo, oppure con l’unica vera soluzione: la condivisione della terra e delle risorse, concordandole gradualmente tra le parti, realizzando infine una confederazione molto integrata tra due Paesi, tutti e due abitati da entrambe le popolazioni. Il giorno in cui arabi ed israeliani, ebrei e musulmani impareranno a cooperare tra di loro, a fidarsi, e ad essere amici fraterni, sorgera’ una nuova stella nel Medioriente, un nuovo polo della cultura mondiale, in cui le risorse umane di due popoli dotati di mille talenti e di antiche culture daranno luogo ad un nuovo Rinascimento sulle coste orientali del Mediterraneo. Entrambi fatalisti, i due popoli sono scettici a riguardo, e non si rendono conto che il futuro risiede nelle loro menti e nel loro cuore: basta solo che lo vogliano. Fortunatamente da alcuni decenni i sionisti progressisti in Israele e una quota parte di palestinesi si stanno muovendo compiendo sforzi in questa direzione. E’ nostro compito aiutarli in ogni modo. 

  4. Un ringraziamento al Dottor Abate per averci chiarito alcuni aspetti dell’intricatissimo groviglio politico-​sociale del conflitto Israelo-​Palestinese. Appare chiaro a tutti come l’unica soluzione per risolvere il conflitto sia quella prospettata dall’autore: “Anche gli intellettuali, i movimenti politici democratici e qualsiasi centro di formazione di cultura, specie in Europa, dovranno sforzarsi di comprendere la complessità e la crudezza di tutti i fattori in gioco, evitando di adagiarsi su consueti cliché e di filtrare solo i fattori confacenti alle proprie posizioni politiche” Solo attraverso una reale presa di coscienza ed una responsabilizzazione, oltre che dei rappresentanti dei due Popoli, anche delle Super Potenze mondiali, sarà possibile nutrire una concreta speranza per la fine di questo tremendo conflitto.

  5. Grazie Dr. Costaguti, la sua apertura mentale e la sua gentilezza sono proverbiali.

  6. Ottima analisi, chiarisce molti aspetti e problematiche della regione.

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